Per la prima volta l’ONU ha inserito le forze armate russe nella “lista della vergogna” per gli abusi sessuali commessi durante la guerra

Cosa è successo?
Nel rapporto annuale del segretario generale dell’ONU sugli abusi sessuali in condizioni di conflitto armato, l’esercito russo e le forze dell’ordine russe sono comparse per la prima volta tre le parti ragionevolmente sospettate di aver commesso tale reato o di esserne responsabili. Lo ha comunicato Dmytro Lubinec’, plenipotenziario della Verchovna Rada dell’Ucraina per i diritti umani.
Per anni le organizzazioni ucraine della società civile hanno lavorato per l’inserimento della Russia in tale elenco. Già nel dicembre 2024 “SEMA Ukrajina”, “Numo, sestry”, “Vypusnyky” e “29 hrudnja” si sono rivolte al Segretario generale dell’ONU esortandolo a inserire la Russia nella “lista della vergogna” per gli abusi sessuali sistematici contro la popolazione ucraina. Nel 2026 l’attività di sensibilizzazione è proseguita a New York nell’ambito della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione delle donne.
Che cos’è la “lista della vergogna”?
La cosiddetta “lista della vergogna” non è un registro giudiziario specifico e nemmeno un elenco di sanzioni nel senso stretto del termine. Così viene chiamato in modo ufficioso l’allegato al rapporto annuale del segretario generale dell’ONU sugli abusi sessuali legati a conflitti armati. In questo allegato l’ONU elenca le parti attive in conflitti armati su cui si hanno a disposizione dati fondati e verificati su ripetuti casi di stupro o altre forme di abuso sessuale durante la guerra.
Nell’elenco possono figurare sia forze armate statali che formazioni armate non statali: eserciti, forze dell’ordine, unità paramilitari o gruppi organizzati.
Ad esempio, nel corso degli anni nell’elenco delle parti sospettate di abusi sessuali durante conflitti armati sono state menzionate negli allegati ai rapporti le parti attive nei conflitti in Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Somalia, Sudan del Sud, Sudan, Siria e in altri paesi, mentre HAMAS si trovava già da prima nell’elenco.
Cosa dice l’ONU?
Nonostante l’impossibilità di accedere ai luoghi di detenzione sul territorio russo e nelle regioni occupate, la missione di monitoraggio dell’ONU per i diritti umani in Ucraina ha potuto verificare 310 casi di violenza sessuale legati al conflitto armato compiuti dalle forze armate e dalle forze di sicurezza russe.
Il rapporto sottolinea che le autorità russe hanno sistematicamente negato agli osservatori internazionali l’accesso ai prigionieri di guerra ucraini e ai civili trattenuti in luoghi di detenzione. Per questo, l’ONU ha ricevuto la maggior parte delle informazioni soltanto dopo la liberazione delle persone dalla prigionia o da chi è riuscito ad andarsene dai territori occupati.
La maggior parte delle vittime dei casi confermati dall’ONU è costituita da uomini. Secondo i dati del rapporto si tratta di 280 uomini, 26 donne e 4 ragazze minorenni. Tra le vittime rientrano prigionieri di guerra ucraini e civili reclusi in luoghi di detenzione russi. In tali condizioni l’abuso sessuale è una forma di tortura, umiliazione, intimidazione e pressione psicologica.
Tra i presunti autori di tali crimini ci sono non soltanto militari, ma anche rappresentanti delle forze dell’ordine russe, in particolare impiegati del Servizio federale per l’esecuzione delle pene e del Servizio federale di sicurezza (FSB).
Il Gruppo per i diritti umani di Charkiv sottolinea inoltre che la missione dell’ONU ha documentato 31 casi di violenza sessuale legata al conflitto armato in cui si fa riferimento al coinvolgimento di membri delle forze armate ucraine, del Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) e del personale penitenziario. La maggior parte di questi casi ha avuto luogo prima del 2025. Il rapporto sottolinea altresì che l’Ucraina ha continuato a garantire a osservatori indipendenti, avvocati e familiari l’accesso ai prigionieri di guerra e ai civili russi detenuti. L’Ucraina ha inoltre adottato misure volte a rafforzare le politiche e la legislazione riguardanti il contrasto alla violenza sessuale legata ai conflitti armati, in particolare nell’ambito della collaborazione con l’ONU.
Al tempo stesso i dati dell’Ufficio del Procuratore generale dell’Ucraina, aggiornati a fine maggio 2026, documentano 398 casi di violenza sessuale legati al conflitto armato. Tra le vittime rientrano 248 donne, 150 uomini e anche 23 minori.
Perché ciò è importante?
L’inserimento delle forze armate e delle strutture di sicurezza russe nell’elenco dell’ONU non costituisce una sentenza giudiziaria e, di per sé, non attribuisce responsabilità a specifici esecutori. Tuttavia, ha un significato importante per il riconoscimento internazionale del carattere sistematico degli abusi sessuali legati alla guerra contro l’Ucraina. Come sottolinea l’attivista per i diritti umani Halyna Skipal’s’ka, questo elenco è la conferma ufficiale del fatto che il problema non è limitato a singoli episodi, ma necessita di una reazione a livello internazionale.
Tale decisione rafforza la posizione dell’Ucraina nella sua attività di sensibilizzazione, nella pressione diplomatica e nei futuri procedimenti volti ad assicurare i responsabili alla giustizia. Può essere utilizzata come argomento aggiuntivo per la politica delle sanzioni, le azioni legali a livello internazionale, per limitare la collaborazione con le strutture coinvolte e per richiedere alla Russia di porre fine a tali crimini, consentire un monitoraggio indipendente nei luoghi di detenzione e garantire protezione alle vittime.
Inoltre, la decisione risulta importante anche per il futuro della giustizia. Gli abusi sessuali legati a conflitti armati possono essere considerati dal diritto internazionale come crimini di guerra o crimini contro l’umanità. In circostanze specifiche tali azioni possono anche essere parte di una politica più ampia volta a perseguitare, intimidire o annientare un gruppo. Per questo è importante documentare anche le circostanze in cui tali abusi sono stati commessi, i soggetti coinvolti, la catena di comando e la ricorrenza di tali pratiche.
Quali pene prevede il diritto internazionale per i casi di violenza sessuale?
Il diritto internazionale considera la violenza sessuale legata a conflitti armati come uno dei più gravi crimini internazionali. In particolare, lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale prevede che tali azioni possano essere classificate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità oppure, in determinate circostanze, come elemento di genocidio. Sono importanti il contesto in cui viene commesso il reato, la sua portata, la sua ricorrenza, il suo nesso con un conflitto armato e l’intenzione degli autori o degli organizzatori.
La violenza sessuale può essere considerata crimine di guerra se è direttamente legata ad essa. Ciò riguarda casi in cui la violenza viene compiuta contro civili in territori occupati, prigionieri di guerra, persone incarcerate in modo illecito o altri soggetti che si trovano sotto il controllo di una parte del conflitto.
In particolare, l’applicazione di corrente elettrica agli organi genitali dei prigionieri di guerra nei luoghi di detenzione è un caso di abuso sessuale classificato come crimine di guerra. Le testimonianze dei prigionieri di guerra oggetto di scambio confermano che molti di loro hanno subito torture di questo tipo in diversi centri di detenzione della Federazione Russa da parte di numerose guardie carcerarie. Si tratta di persone detenute in isolamento totale e che non erano ancora state sottoposte a procedimento penale. Questi elementi permettono di parlare del carattere sistematico e dell’ampia diffusione di tale crimine, di porre cioè la questione della classificazione di tali azioni come crimini contro l’umanità.
Altrettanto diffusi sono anche i casi di stupro di civili — sia donne che uomini. Se la violenza sessuale contro i civili non è un caso isolato, ma viene compiuta nel quadro di un attacco sistematico e su larga scala contro la popolazione civile, la si può classificare come crimine contro l’umanità. In questo caso è importante non soltanto il solo atto di violenza, ma anche che l’atto faccia parte di una più ampia politica di terrore, persecuzione, intimidazione o sottomissione della popolazione.
In alcuni casi la violenza sessuale può essere considerata anche come elemento di genocidio. Questo è possibile quando tali crimini vengono compiuti con l’intenzione di annientare totalmente o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
Può essere ritenuto responsabile anche chi ha impartito l’ordine, organizzato il crimine, lo ha istigato, ha aiutato a compierlo o ha creato le condizioni per l’impunità. La responsabilità dei comandi ha un’importanza particolare. Comandanti militari e leader civili possono essere ritenuti responsabili dei crimini commessi dai propri subordinati se erano a conoscenza o dovevano essere a conoscenza di tali crimini, ma non hanno preso le misure necessarie e possibili per contrastare il crimine, fermarlo o informare le autorità competenti per le indagini.