La storia di ripete?

Si dovrebbero fare dei confronti tra i procedimenti attuali sui crimini di guerra e il processo di Khar’kiv del 1943?
Kostantyn Zadoya25 Aprile 2024UA DE EN ES FR IT RU

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A metà dicembre 2023 sono passati ottant’anni dall’epoca del cosiddetto Processo di Khar’kiv, che si è concluso con la condanna a morte dei cittadini tedeschi W. Langheld, H. Ritz, R. Retzlaff e del cittadino sovietico M. P. Bulanov, emessa dalla sentenza del Tribunale militare del Quarto fronte ucraino.

Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli di numerosi atti di tortura e di omicidi di civili e di prigionieri di guerra nella regione di Khar’kiv durante l’occupazione nazista. Il Processo di Khar’kiv occupa un posto importante nella serie di processi organizzati dalle autorità sovietiche durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale in relazione alle atrocità commesse nei territori occupati dell’URSS o contro i cittadini sovietici al di fuori del territorio dell’URSS. In particolare, questo processo è stato il primo caso di condanna di rappresentanti del regime nazista. Inoltre, si tratta non solo del primo processo giudiziario di questo tipo nel territorio dell’URSS ma, in generale, del primo processo di questo tipo nel mondo.

Nel marzo del 2022, l’ex Ministro della Difesa dell’Ucraina, Oleksiy Reznykov, ha formulato l’idea che il processo giudiziario contro i cittadini russi, colpevoli di aver commesso crimini di guerra sul territorio dell’Ucraina, dovrebbe svolgersi a Khar’kiv come omaggio al Processo di Khar’kiv del 1943. Stabilire un confronto simbolico tra i processi per i casi di crimini di guerra attuali e il Processo di Khar’kiv non sembra molto appropriato, se si esamina meglio quest’ultimo.

In primo luogo, la consistenza giuridica del Processo di Khar’kiv è estremamente discutibile dal punto di vista delle norme attuali della procedura penale. Il Processo di Khar’kiv, ovviamente, non è stato un arbitrio assoluto: ad esempio era pubblico. I giornalisti stranieri hanno potuto assistervi e i condannati hanno potuto ricorrere ai servizi degli avvocati difensori. Tuttavia diversi aspetti rendono questo processo inammissibile dal punto di vista odierno:

  • Il fondamento giuridico della condanna degli imputati nel Processo di Khar’kiv era il Decreto del Presidio del Consiglio Supremo dell’URSS “Sulle misure di pena per i criminali fascisti tedeschi, colpevoli di omicidi e torture della popolazione civile sovietica e dei soldati dell’Armata Rossa prigionieri, per le spie e i traditori della Patria” del 19 aprile 1943 (Decreto del 19 aprile 1943), che non è mai stato pubblicato ufficialmente.
  • il processo è durato dal 15 al 18 dicembre 1943, quindi è stato estremamente veloce, e il 19 dicembre dello stesso anno è stata eseguita la sentenza. Inoltre, secondo il Decreto del 19 aprile 1943, i condannati non avevano diritto al ricorso contro la sentenza.

Per l’Ucraina, così come per ogni altro stato membro della Convenzione europea per i diritti dell’uomo del 1950, una pratica simile appare inammissibile, poiché contraddice chiaramente gli articoli 6 (Diritto a un giusto processo) e 7 (Nessuna pena senza sentenza) della Convenzione.

In secondo luogo è difficile affermare che il Processo di Khar’kiv sia stato un processo per crimini di guerra nel senso moderno del termine. Secondo il Decreto del 19 aprile 1943, cittadini tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi e finlandesi, nonché collaboratori sovietici erano passibili di sanzioni per torture e uccisioni di civili e di prigionieri di guerra sovietici. Nel linguaggio del diritto umanitario internazionale (DUI) moderno, il Decreto prevedeva delle sanzioni solo per i crimini commessi:

  • nel contesto di uno specifico conflitto armato tra l’URSS, da una parte, e la Germania, l’Italia, la Romania, l’Ungheria e la Finlandia, dall’altra;
  • contro individui appartenenti alla parte del conflitto armato, che aveva adottato il Decreto (l’URSS);
  • da individui appartenenti alla parte avversa del conflitto armato (Germania, Italia, Romania, Ungheria e Finlandia).

Il DUI moderno, tuttavia, si basa sul principio d’uguaglianza delle parti del conflitto armato, che prevede che le regole del DUI siano applicate allo stesso modo a tutte le parti di ogni conflitto armato. Di conseguenza, nelle fonti contemporanee del diritto internazionale, ad esempio, nell’articolo 8(2) dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale, i crimini di guerra sono caratterizzati indipendentemente dalla relazione con lo specifico conflitto armato in cui sono stati commessi e indipendentemente dall’appartenenza degli imputati e delle vittime a una determinata parte del conflitto armato. Inoltre, attualmente, i crimini di guerra sono intesi come dei crimini che violano prima di tutto le norme del diritto internazionale, mentre il Decreto del 19 aprile 1943, che mette l’accento sull’appartenenza delle vittime a una sola parte di uno specifico conflitto armato e degli autori del crimine alla parte opposta, testimonia piuttosto il carattere non internazionale, ma “domestico” dei crimini menzionati nel Decreto.

In terzo luogo, ottant’anni dopo, il Processo di Khar’kiv sembra non tanto un atto di giustizia, quanto un mezzo di pressione politica della dirigenza sovietica sui suoi alleati. Il 30 ottobre 1943, ovvero un mese e mezzo prima dell’inizio di questo processo, la Gran Bretagna, gli USA e l’URSS avevano proclamato la cosiddetta Dichiarazione di Mosca, che definiva il quadro giuridico della responsabilità dei cittadini della Germania e dei suoi stati alleati per le atrocità commesse durante la Seconda guerra mondiale. Secondo la Dichiarazione, la soluzione alla questione sulla responsabilità dei principali colpevoli era rimandata al futuro. Successivamente, il modo per risolvere questa questione fu la creazione, nel 1945, del Tribunale di Norimberga. Riguardo ai criminali di basso rango, i firmatari della dichiarazione avevano espresso la seguente posizione:

  • questi individui devono comparire davanti ai tribunali di quegli Stati, nel cui territorio hanno commesso atrocità;
  • i processi giudiziari dovranno svolgersi dopo la fine della guerra.

In questo modo, avendo avviato il Processo di Khar’kiv prima della fine delle operazioni militari, le autorità sovietiche sono palesemente uscite dall’ambito di questi accordi. Questo passo ha suscitato la preoccupazione della Gran Bretagna e, soprattutto, degli USA riguardo alle possibili azioni speculari del regime nazista nei confronti dei prigionieri di guerra britannici e americani. Se le autorità tedesche non riconoscevano di fatto alcun diritto ai prigionieri di guerra sovietici, torturandoli e uccidendoli in massa, il trattamento dei prigionieri americani e britannici era generalmente migliore, sebbene non sempre coincidesse con le norme DUI di allora. Quindi eventuali procedimenti penali avrebbero peggiorato in modo significativo la situazione dei prigionieri inglesi e americani.

I governi della Gran Bretagna e degli USA si trovarono in una posizione difficile, poiché criticare pubblicamente il Processo di Khar’kiv avrebbe potuto compromettere l’unità degli alleati, ma ignorare le azioni unilaterali dell’URSS avrebbe potuto danneggiare gli interessi dei cittadini in cattività di questi stati. Alla fine, la dirigenza sovietica reagì ai segnali privati ricevuti dagli alleati, e i successivi processi ai soldati tedeschi si svolsero nel dicembre del 1945. Questo passo, tuttavia, sembra non tanto una manifestazione di buona volontà, quanto una concessione in una situazione problematica creata artificialmente con lo scopo di ottenere una posizione di negoziazione più forte su altre questioni.

Quindi, il Processo di Khar’kiv merita senza dubbio di essere studiato dal punto di vista storico, ma non dovrebbe affatto essere considerato un fondamento simbolico per i processi moderni sui crimini di guerra.

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