Guerra Russia-Ucraina: cos’è il filtraggio?

In questo articolo vengono descritte le procedure di filtraggio nei confronti degli ucraini deportati in modo coercitivo in Russia.
Evgenij Zacharov28 Febbraio 2024UA DE EN ES FR IT RU

Російські військові перевіряють чоловіка на одному з блокпостів. Фото: твіттер-акаунт OSINTtechnical

Militari russi controllano un uomo a un posto di blocco. Foto dall’account Twitter di OSINTtechnical

La guerra a tutto campo che la Russia ha dichiarato all’Ucraina mira a distruggere lo Stato ucraino e tutti coloro che lo difendono e lo sostengono. La strategia scelta per raggiungere lo scopo prefissato è quella della “terra bruciata”: qualsiasi città che resisteva agli attacchi russi veniva bombardata il giorno seguente con attacchi aerei contro la popolazione civile e le infrastrutture. Le conseguenze sono state decine di migliaia di morti e feriti fra i civili, decine di migliaia di edifici distrutti e milioni di profughi e di sfollati interni.

Nei territori occupati, la Russia si è sempre data come scopo di eliminare gli ucraini consapevoli, di intimidire tutti gli altri, di indurre i cittadini leali a tornarsene in Russia o di concedere loro di restare dov’erano. Una strategia pienamente allineata con la ripartizione degli ucraini in quattro gruppi partorita, a sentire gli esperti, dal controspionaggio russo. Vale a dire:

  • quelli da eliminare/sterminare;
  • quelli da intimidire e su cui esercitare pressioni;
  • quelli che vanno indotti a collaborare;
  • quelli che a collaborare sono già disposti.

Molti crimini di questa guerra non sono noti al grande pubblico, ma nemmeno a coloro che cercano di seguire gli eventi da vicino. Uno lo esamineremo qui: il filtraggio (o filtrazione). Potremmo definirlo come segue: chiamasi filtraggio il processo violento e non soggetto a regole messo in atto per accertare l’identità di chi viene fermato, i suoi contatti social, ciò che pensa e dice dello Stato occupante, se rappresenta o meno un pericolo per le autorità e le forze dello Stato occupante suddetto, nonché quanto sia disposto e d’accordo a collaborare con esse. Lo scopo è quello di identificare i filo-ucraini, chi non si mostra leale con gli occupanti, e in particolare chi si considera ucraino, rifiuta il passaporto russo e intende mantenere la propria cittadinanza, onde provvedere al loro isolamento e, all’occorrenza, alla loro eliminazione fisica.

Le procedure di filtraggio sono iniziate nella prima metà di marzo del 2022 con il trasferimento forzato in Russia degli abitanti di Mariupol’. Il quotidiano Rossijskaja Gazeta ha riferito di 5.000 ucraini detenuti nel campo di Bezymjannoe (Bezimenne), dove venivano passati ad attento vaglio onde evitare che entrassero in Russia “nazionalisti ucraini che, a scanso di ritorsioni, si facevano passare per profughi”[1]. Ad analoghe procedure veniva sottoposto anche chi partiva in direzione di Zaporižžja.

Il filtraggio avviene in due fasi.

Fase uno

Nella prima fase, il flusso dei profughi viene sottoposto al controllo dei documenti, al rilevamento delle impronte digitali e a un primo interrogatorio nei cosiddetti “punti di filtraggio”. Il tutto può durare da alcune ore a qualche giorno, a seconda delle code che si formano sul luogo. Le attenzioni maggiori toccano agli uomini, in particolare a quelli in età di leva, che vengono interrogati con particolare insistenza e, occasionalmente, senza prescindere dall’uso della forza. Gli addetti cercano di scoprire se chi hanno davanti è stato nelle forze armate o in quelle dell’ordine, nelle guardie di frontiera, o in altri organi del potere statale e dell’autogoverno locale, vogliono sapere cosa pensa dell’Ucraina e della guerra. Alle donne viene chiesto dove sono i mariti e se stanno prestando servizio nell’esercito ucraino. Ogni telefono viene esaminato alla ricerca di contatti coi soldati ucraini, di frasi o musiche pro-ucraine. Tutti devono spogliarsi, eccezion fatta per i bambini e le donne dai 45 anni in su: si cercano tatuaggi che tradiscano orientamenti filo-ucraini. Non solo: si cercano anche graffi specifici, conseguenti all’uso di armi leggere e giubbotti antiproiettile, lacerazioni sull’indice della mano destra, lividi sulla spalla destra dovuti al rinculo quando si spara. Se qualcuno viene sospettato di slealtà alla Russia, viene trattenuto e ulteriormente fermato: separare le famiglie o staccare i genitori dai figli non è cosa che preoccupi minimamente.. È noto il caso di un padre separato dai tre figli, poi portati in Russia. Al suo rilascio, l’uomo ha ricevuto una telefonata dal figlio maggiore: se non fosse corso a riprenderseli di lì tre giorni, li avrebbero dati in adozione. Il padre si è precipitato in Russia ed è riuscito a riportarli a casa.

I punti di filtraggio sono spuntati in gran numero ovunque ci fosse un passaggio di profughi che dai territori occupati si dirigevano in Russia. Anche i posti di blocco si prestavano a operazioni di filtraggio.

Chi supera indenne la prima fase di filtraggio riceve un attestato — un foglietto — con nome, cognome e patronimico, data di nascita, timbro di “Verifica dattiloscopica” avvenuta, la sigla del punto di filtraggio, data e firma della persona che ha effettuato la procedura. Il cognome della persona suddetta non viene indicato. Il “certificato” in questione è un lasciapassare valido in tutti i territori occupati e col quale è autorizzato l’ingresso anche nella Federazione Russa; va presentato a ogni controllo insieme ai documenti. Nemmeno quel foglio, però, esime da nuovi controllo al telefono, ai bagagli, da perquisizioni corporali e via dicendo.

Талон про проходження фільтрації в Мангуші, фото: фейсбук-сторінка Анатолія Левченка

Certificato di avvenuto filtraggio a Manguš. Fonte della foto: pagina Facebook di Anatolij Levčenko

La prima fase può svolgersi anche diversamente. Elena, 36 anni, e sua figlia di 9 cercavano scampo ai bombardamenti nel seminterrato di un asilo a Mariupol’; gli occupanti russi le hanno stanate e le hanno indotte con l’inganno a partire per la Russia.

È andata così.

Il 25 marzo 2022 alcune persone in divisa militare e con braccioli bianchi sulla giacca scendono nel seminterrato e stilano una lista delle persone che lì si trovano. Sere per gli aiuti umanitari, spiegano. Con la lista in mano, altri militari — ceceni, questa volta — si presentano successivamente nello scantinato. Intimano ai presenti di radunarsi: li porteranno in un luogo sicuro, dicono, perché è prossima una retata in cerca di soldati delle forze armate ucraine. Non c’è bisogno che prendano con sé le loro proprietà: di lì a un paio di giorni saranno di ritorno. Lungo la linea del mare, i militari hanno formato un corridoio di soldati (uno ogni 50 metri) in direzione di Vynohradne (un paese alla periferia est della città).

Le persone lì radunate vengono portate a Bezimenne (un paese sul Mar d’Azov, 30 km a est di Mariupol’) e sistemate in una scuola. Al piano terra ci sono i letti per gli anziani che non camminano bene. Primo e secondo piano sono per tutti gli altri. I letti non bastano. La scuola è già sovraffollata, ma le persone non smettono di arrivare. La polizia è quella della Repubblica Popolare di Doneck[2], l’amministrazione della scuola. Scoprono che li hanno portati lì per lavorare.

Insieme a Elena ci sono altre 540 persone. Sei giorni dopo arrivano dieci autobus per portare via le famiglie con bambini. Nessuno dice, però, dove li porteranno. Solo strada facendo scoprono che il capolinea è la Russia. L’autobus arriva al posto di blocco di Kujbyševo (regione di Rostov), dove avviene il filtraggio. Prima fase: interrogatorio da parte della polizia della Repubblica Popolare di Doneck in un container direttamente in loco. Le informazioni raccolte vengono inserite in un database, scansione dei documenti, controllo dei cellulari.

Il passo seguente è il posto di blocco della Repubblica Popolare di Doneck, dove i militari interrogano tutti ed esaminano i loro effetti personali. È la sede dellavecchia dogana ucraina. Gli interrogatori sono individuali, una persona per volta. Elena viene interrogata, dopodiché la mandano in una sala d’attesa. Non le restituiscono il telefono. Sua madre e sua figlia sono in un’altra stanza. La richiamano. Le chiedono dove lavora, chi sono i suoi amici, cosa ha fatto dall’inizio delle “ostilità”. Le chiedono cosa pensa dell’ “operazione militare russa”. L’interrogatorio dura un’altra ora e mezza circa. Le prendono le impronte digitali, le fanno la foto di fronte e di profilo. Dopodiché Elena, sua madre e sua figlia si ritrovano a Kazan’.

Una descrizione vivida della vita a Mariupol’ sotto bombardamenti incessanti, della partenza e del filtraggio l’ha fornita anche la diciassettenne Marija Vdovyčenko nella sua intervista. Tra le altre cose, racconta di una conversazione che origliò tra due militari della Repubblica Popolare di Doneck. “Cosa gli facevi a quelli che non ti piacevano?” domandava uno. “Gli sparavo senza pensarci due volte!"

Fase due

A chi non supera la prima fase tocca un ulteriore filtraggio approfondito: sotto scorta, viene trasferito per 30 giorni nei campi di filtraggio, di fatto luoghi di detenzione, dove per gli ucraini più ostinati la durata del fermo può anche raddoppiare. I campi di filtraggio possono essere ex carceri chiuse e riaperte per l’occasione, oppure luoghi di reclusione non ufficiali, con condizioni pessime: sovraffollamento, cibo scadente, spesso senz’acqua, luce, servizi igienici e ora d’aria, e senza assistenza medica. I media[3] riportano di una “prigione di filtraggio” in cui gli invasori russi trattengono più di tremila civili precedentemente residenti a Mariupol’: si tratta dell’ex colonia correzionale n. 52 di Olenivka, regione di Donec’k. Altrove[4] si scrive che “sono lì detenuti ex agenti delle forze dell’ordine, attivisti filo-ucraini e giornalisti”. Si è da poco saputo di una seconda prigione di filtraggio a Olenivka, con base nell’ex colonia correzionale Volnovacha n. 120, dove erano trattenuti anche i prigionieri di guerra del reggimento Azov. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 2022 nella colonia ci fu un’esplosione che causò la morte di 50 di loro.

Questa è la storia di un ex investigatore di polizia, Oleh, che lavorava per il distretto di Donec’k.

Il 21 marzo 2022 Oleh sta provando a lasciare Mariupol’ in direzione di Zaporižžja. Lo fermano al posto di blocco di Melekino. A suo dire, al posto di blocco erano presenti ex agenti di polizia che indicavano i colleghi ai russi, e gli addetti avevano in mano le liste dei funzionari pubblici. Da lì lo portano a Manguš, al comando di zona, dove resta 24 ore. Oltre a lui, nella stanza dov’è detenuto ci sono più di 35 persone. Sono agenti di polizia, guardie di frontiera, soccorritori della Protezione civile. C’è anche una donna, giovane, del dipartimento di giustizia. Lo trasferiscono poi sotto scorta a Dokučajevs’k. Nel centro storico di Dokučajevs’k c’è il Palazzo della Cultura: il centro di filtraggio è lì. I civili ci vanno a chiedere il lasciapassare, mentre i detenuti vengono portati nel cortile posteriore dell’edificio. Lì vengono suddivisi in militari, poliziotti, altri dipendenti pubblici e persone prive di documenti. Un’altra giornata. Poi li bendano e li portano a Donec’k. Nei locali dell’ex Dipartimento per la lotta al crimine organizzato (via Jung 5), le celle contengono dalle 35 alle 37 persone. Qui prendono loro le impronte digitali, fotografano i tatuaggi, e le informazioni raccolte finiscono nei database “Rubež” e “Skorpion”. A questo punto hanno già lo status di “sospetti”. Lì vengono interrogati di nuovo e viene chiesto loro se hanno avuto a che fare con i battaglioni Azov e Tornado, se hanno partecipato ad azioni e reati ai danni di funzionari e uomini della Repubblica popolare di Doneck. Chiedono notizie dell’archivio, vogliono sapere la composizione delle unità e cecano di convincerli a collaborare.

Dopo l’interrogatorio, in attesa di essere trasferiti, Oleh e gli altri vengono mandati in ambulatorio per le visite. Nell’ospedale in cui si trovava Oleh, il tutto avviene in modo amichevole. Altrove (secondo altre testimonianze raccolte) il medico suggerisce di metterli al muro senza troppe visite.

Oleh viene poi portato al centro di detenzione preventiva di Doneck. Ha con sé un verbale di detenzione amministrativa di 30 giorni di calendario sulla base di un atto normativo interno della Repubblica popolare di Doneck (non ricorda quale) per “collaborazione con organizzazioni terroristiche”. Successivamente, vengono trasferiti nella colonia n. 120 vicino a Volnovacha. Nelle celle ci sono dalle 35 alle 40 persone, i servizi igienici non funzionano, i detenuti restano senz’acqua né cibo per diversi giorni. Poi la maggior parte degli agenti di polizia viene trasferita nelle baracche. Lì i bisogni vanno espletati per strada, ma possono ricevere cibo da fuori. Loro stessi devono riparare le baracche in cui vivono.

L’8 maggio viene rilasciato. Oleh non dice nulla degli interrogatori.

Nelle prigioni di filtraggio gli interrogatori vedono la collaborazione di agenti dell’FSB, con uso di violenza e vari tipi di tortura, il tutto con il medesimo obiettivo: spezzare una persona, ottenere un attestato di lealtà alla Federazione Russa. Chi supera questa seconda fase di filtraggio viene rilasciati dopo 30 giorni, ha in mano il foglio di filtraggio avvenuto e può andare in Russia. Chi non supera nemmeno questa seconda fase, chi non cede, diventa ufficialmente prigioniero, si vede comminare una pena detentiva di 10 anni secondo la risoluzione nr. 31 del 26 aprile 2022 del sedicente Comitato statale di Difesa della Repubblica popolare di Doneck, e viene inviato negli istituti di pena della regione. La risoluzione suddetta, completamente illegale e barbara anche per gli standard russi, è stata abrogata dopo il “referendum” di fine settembre 2022 sull’adesione della Repubblica popolare di Doneck alla Federazione Russa, e una parte dei prigionieri è stata rilasciata. Non si sa con quale criterio sia stata fatta la cernita e dove siano gli altri. Una versione vuole che siano stati trasferiti in luoghi di detenzione russi, dove dei tribunali russi li hanno condannati “per opposizione all’operazione militare speciale” (unica definizione della guerra ammessa in territorio russo).Un caso simile è noto.

Non sappiamo indicare il numero preciso di coloro che sono passati per i campi di filtraggio, né di coloro che ne sono stati poi rilasciati. Non li abbiamo, questi dati. Ma tutto lascia credere che si tratti di decine di migliaia di persone.

[1] Cit. in P. Sauer, Hundreds of Ukrainians forcibly deported to Russia, say Mariupol women, The Guardian, 4 aprile 2022.

[2] Qui e dopo, si mantiene la diversa grafia russa (Doneck) e ucraina (Donec’k) del luogo, indicativa delle forze in campo. (N.d.T.)

[3] Cfr. https://www.ukrinform.ua/rubric-society/3485437-rosiani-utrimuut-ponad-tri-tisaci-mariupolciv-u-filtracijnij-vaznici.html

[4] Cfr. https://konkurent.ua/publication/97685/bilya-mariupolya-znayshli-drugiy-filtratsiyniy-tabir-video/

Condividere l'articolo