L’Assemblea parlamentare (PA) dell’OSCE ha inserito nella Convenzione dell’Aja una risoluzione sui crimini della Federazione Russa contro giornalisti e media

Il documento fa riferimento agli omicidi e alle ferite subite dagli operatori dei media, a detenzioni illegittime, persecuzioni di giornalisti, pressione su redazioni e distruzione delle infrastrutture dei media.
Marija Krykunenko 18 Settembre 2026UA DE EN ES FR IT RU

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Illustrazione, @Marija Krykunenko

Il presente articolo ricorda i casi tristemente noti di giornalisti uccisi, operatori dei media ucraini presi prigionieri e di attacchi a redazioni dall’inizio della guerra su vasta scala.

Cosa è successo?

L’Assemblea parlamentare dell’OSCE ha incluso nella Dichiarazione dell’Aja una risoluzione sui crimini della Federazione Russa contro giornalisti e media in Ucraina. Il documento è stato approvato l’8 luglio 2026 in occasione della 33ª sessione annuale dell’Assemblea. Per la preparazione della risoluzione sono stati usati i dati dell’Istituto per l’informazione di massa, che dall’inizio dell’invasione su vasta scala documenta i crimini della Federazione Russa contro giornalisti, redazioni e infrastrutture dei media. Qui è possibile consultare il testo della risoluzione.

La risoluzione si basa sui risultati della Commissione d’inchiesta temporanea della Verchovna Rada per l’indagine sui crimini della Federazione Russa contro giornalisti e operatori dei media. La commissione è nata dal lavoro di delegazioni ucraine e francesi.

Il documento fa riferimento alla persecuzione di giornalisti, a omicidi e ferite subite dagli operatori dei media, a detenzioni illegittime, alle pressioni sulle redazioni, alla distruzione delle infrastrutture dei media e al danno che l’aggressione russa ha causato ai media ucraini. La risoluzione, inoltre, solleva anche la questione del sostegno al giornalismo indipendente in Ucraina — durante e dopo la fine della guerra.

In uno dei punti del documento si fa riferimento alla creazione di un elenco speciale di sanzioni contro persone responsabili dei crimini contro i giornalisti, chiamato “Elenco Roščyna”, in onore della giornalista ucraina Viktorija Roščyna morta durante la prigionia russa. L’elenco deve prevedere sanzioni personali contro i responsabili della persecuzione degli operatori dei media ucraini.

Per l’Ucraina in particolare, l’importanza della risoluzione sta soprattutto nel fatto che essa consolida a livello internazionale il carattere sistematico della persecuzione di giornalisti e media da parte della Russia. Omicidi, detenzioni illegittime, torture, distruzione di redazioni, sequestro di attrezzature, blocco delle trasmissioni ucraine e la diffusione della propaganda non si considerano come episodi isolati, ma come metodi collegati al fine di limitare la cronaca indipendente della guerra e dell’occupazione. La risoluzione non porta automaticamente a conseguenze giuridiche e non garantisce, dunque, la liberazione dei prigionieri o la condanna dei colpevoli. Essa rafforza però le richieste internazionali dell’Ucraina di liberare gli operatori dei media detenuti illegittimamente, sostenere le redazioni colpite, documentare i crimini e applicare le sanzioni nei confronti dei responsabili delle persecuzioni. Il documento può fungere da base per una difesa a livello internazionale e per un’ulteriore utilizzo delle informazioni raccolte per le indagini.

Inoltre, come affermato da Jevhenija Kravčuk, membro della delegazione ucraina della PA dell’OSCE, l’adozione della risoluzione ha un valore internazionale, dato che a seguito dell’aggressione russa sono morti non soltanto giornalisti ucraini, ma anche di altre nazionalità. Kravčuk ha ricordato che tra i morti per mano dei soldati della Federazione Russa rientrano anche quattro operatori dei media francesi.

Il punto di vista internazionale

Secondo il diritto umanitario internazionale, i giornalisti che lavorano in zone di conflitto senza esserne direttamente coinvolti sono considerati come civili. Il primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra stabilisce chiaramente che essi devono essere considerati al pari dei civili e godono dunque della stessa protezione prevista per la popolazione.

Tale approccio vale anche per redazioni, uffici dei media, studi, attrezzatura, torri televisive e infrastrutture di trasmissione. Le organizzazioni mediatiche, i loro locali e le loro attrezzature sono, di norma, strutture civili. Non possono essere attaccate se non sono diventate un obiettivo militare. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa spiega, inoltre, che le organizzazioni mediatiche, le loro strutture e attrezzature vengono solitamente considerate strutture civili e sono protette dal diritto umanitario internazionale.

Il diritto umanitario internazionale esige dalle parti in conflitto di differenziare sempre tra obiettivi militari e strutture civili. Gli attacchi possono essere sferrati soltanto contro obiettivi militari. Le strutture civili sono protette dall’attacco, se e finché non vengano utilizzate con fini che le renderebbero obiettivi militari.

Inoltre, il diritto umanitario internazionale in generale vieta la detenzione arbitraria, le sparizioni forzate, la presa in ostaggio, torture e trattamenti crudeli o inumani. Tali divieti valgono anche per i giornalisti civili che si trovino nelle zone sotto il controllo di una parte in conflitto.

Ai fini dell’indagine, in ogni caso è importante accertare le circostanze: il giornalista era riconoscibile come rappresentante dei media? Dove si trovava durante l’attacco? Nelle vicinanze era presente un obiettivo militare? Che tipo di arma è stato usato? Chi ha attaccato poteva essere a conoscenza della presenza di civili o giornalisti? Nei casi di prigionia è importante chiarire chi in particolare abbia detenuto una persona, il luogo di detenzione, se vi fosse accesso a un avvocato, alla famiglia e all’assistenza sanitaria e anche se sia stata usata pressione o violenza.

Un attacco contro un giornalista o una redazione influisce sul diritto della popolazione di ricevere informazioni sulla guerra, l’occupazione, gli attacchi, la prigionia, le distruzioni e la situazione dei civili. Proprio per questo le organizzazioni internazionali considerano la sicurezza dei giornalisti durante un conflitto armato come parte della protezione della popolazione civile e del diritto all’informazione. L’UNESCO sottolinea che i giornalisti informano durante i conflitti sulle violazioni dei diritti umani e forniscono alla società informazioni di vitale importanza.

Il contesto generale

Secondo i dati dell’Istituto per l’informazione di massa, al 15 luglio 2026, dall’inizio dell’invasione su vasta scala della Russia sono morti 134 operatori dei media; 15 di loro mentre lavoravano.

Uno dei primi operatori dei media uccisi dopo l’invasione su vasta scala è il fotoreporter Jevhenij Sakun. Sakun lavorava per LIVE e per l’agenzia spagnola EFE ed è morto il 1° marzo 2022 durante l’attacco missilistico russo contro la torre televisiva di Kyiv.

Il 13 marzo 2022 nella regione di Kyiv è scomparso il fotogiornalista ucraino Maks Levin. Il suo corpo è stato ritrovato il 1° aprile nella zona del villaggio Huta Mežyhirs’ka. Stando alle prime informazioni dell’Ufficio del procuratore generale, il disarmato Levin è stato ucciso dai soldati russi. Più tardi, “Reporter senza frontiere” ha pubblicato la conclusione delle proprie indagini, secondo cui Levin e il collega Oleksij Černyšov sarebbero stati giustiziati dai soldati russi in un bosco vicino Kyiv.

Il 26 aprile 2023 è morto a Cherson Bohdan Bitik, produttore e fixer ucraino per La Repubblica. Bitik lavorava insieme al corrispondente italiano Corrado Zunino nella zone del ponte Antonivsk’ki. I due giornalisti avevano la scritta “press” quando sono finiti sotto l’attacco dei cecchini russi. Zunino è stato ferito.

Il 9 maggio 2023 vicino a Časiv Jar nella regione di Donec’k è morto Arman Soldin, videogiornalista francese per AFP. Soldin stava lavorando insieme a una squadra di giornalisti, quando la zona è stata attaccata dai russi.

Ad agosto del 2024, a causa di un attacco russo contro l’hotel Sapfir a Kramators’k è morto Ryan Evans, consigliere per la sicurezza di Reuters. Nell’hotel si trovavano sei persone del team dell’agenzia Reuters; due giornalisti sono stati ricoverati in ospedale.

Inoltre, secondo i dati dell’Istituto per l’informazione di massa, al 3 luglio 2023 in prigionia russa si trovavano almeno 26 operatori dei media ucraini civili e un giornalista che si era aggregato alle Forze di difesa.

Dmytro Chyljuk, giornalista di UNIAN, è stato rapito dai soldati russi il 3 marzo 2022 nel villaggio Kozarovyči nella regione di Kyiv. È stato trattenuto come ostaggio civile: prima a Dymer, nel territorio occupato, e poi in un carcere preventivo in Russia. Nell’agosto del 2025 Chyljuk è tornato in Ucraina dopo più di tre anni di prigionia.

La giornalista Viktorija Roščyna è scomparsa ad agosto 2023 durante un viaggio nei territori occupati. Più tardi è stato reso noto che era tenuta prigioniera dalla Russia. Ad ottobre del 2024 l’Ucraina ha confermato la morte della giornalista in prigionia russa. Secondo i dati di “Slidstva.Info”, Roščyna è morta il 19 settembre 2024; poco prima della morte è stata trasferita nel centro di detenzione preventiva n. 3 di Kizel, nel territorio di Perm’, in Russia.

Nell’aprile del 2022, nella Crimea occupata, le forze dell’ordine russe hanno arrestato la giornalista civile Iryna Danylovyč, che scriveva dei problemi del settore sanitario nella penisola e dei diritti degli operatori sanitari. A dicembre 2022 è stata condannata a sette anni di prigionia con l’accusa di una presunta detenzione di un ordigno esplosivo. La pena è stata poi ridotta a un mese e, dopo la scarcerazione, Danylovyč è stata trasferita in Russia.

Vladyslav Jesypenko, freelancer per “Krym. Realjii”, è stato arrestato il 10 marzo 2021 dalle forze dell’ordine russe nella Crimea occupata. Jesypenko raccoglieva materiali per un progetto di Radio Svoboda. Il tribunale di occupazione lo ha condannato a sei anni di detenzione; la corte d’appello ha ridotto la pena a cinque anni. A giugno del 2025 Jesypenko è tornato in libertà dopo aver scontato una pena illegittima.

Iryna Levčenko, giornalista di Melitopol’, si trova in prigionia russa dal 2023. Secondo i dati di “Reporter senza frontiere”, l’esercito russo l’ha rapita insieme al marito Oleksandr il 6 maggio 2023. Il marito è stato rilasciato nell’agosto del 2024, mentre Iryna Levčenko è stata prima detenuta a Melitopol’, poi, nel 2025, è stata trasferita nel centro di detenzione preventiva nel Donec’k occupato e nel 2026 a Simferopol’.

Rimangono prigionieri o detenuti in Russia:

Oleksij Bessarabov, Dmytro Štyblikov, Sejran Salijev, Marlen Asanov, Tymur Ibrahimov, Ernes Ametov, Server Mustafajev, Osman Arifmemetov, Remzi Bekirov, Ruslan Sulejmanov, Rustem Šejchalijev, Amet Sulejmanov, Asan Achmetov, Iryna Danylovyč, Vilen Temer’janov, Jevhen Il’čenko, Iryna Levčenko, Oleksandr Malyšev, Heorhij Levčenko, Maskym Rupčov, Jana Suvorova, Anastasija Hluchovs’ka, Vladyslav Heršon, Rustem Osmanov, Aziz Azizov e Hennadij Os’mak.

In prigionia russa si trova anche Vasyl’ Filimon, operatore televisivo della redazione di Mykolajivs’k di Suspil’ne, richiamato alle armi dall’esercito ucraino.

La Russia non colpisce soltanto i giornalisti che lavorano sui luoghi degli attacchi o sul territorio occupato. Sotto bersaglio si trovano anche le redazioni, gli uffici, gli studi, l’attrezzatura, le torri televisive e l’infrastruttura, senza cui i media non possono lavorare.

Il 3 luglio 2026 l’Unione nazionale dei giornalisti dell’Ucraina ha confermato 80 casi di ripercussioni fisiche degli attacchi russi sui media ucraini. 28 di loro riguardano la distruzione o il danneggiamento di redazioni o infrastrutture dei media; due redazioni sono state completamente distrutte. Altri 35 casi riguardano il danneggiamento di abitazioni o proprietà dei giornalisti.

Uno di questi casi ha avuto luogo nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2026 durante un attacco russo contro Kyiv. Almeno sei tra redazioni e canali media hanno comunicato il danneggiamento dei loro uffici e luoghi di lavoro. È stato danneggiato l’ufficio di Kyiv di Deutsche Welle, lo studio dell’emittente tedesca ARD, la redazione di “Real’na Hazeta”, rilocata dalla regione di Luhans’k, l’agenzia informativa UNIAN, i media online “Graty” e “Šelter”. In alcuni locali sono andate in frantumi le finestre e sono stati danneggiati la soffitta, gli studi, le attrezzature e gli spazi di lavoro.

Dopo l’occupazione di Velykyj Burluk nella regione di Charkiv l’esercito russo ha preso l’attrezzatura della radio “Slobožans’ke FM”, l’accesso alla frequenza e le schermate di avvio personalizzate. Alcuni rappresentanti della radio hanno poi raccontato che le risorse sono state utilizzate per la diffusione della propaganda russa sotto la firma di un media ucraino.

L’Istituto per l’informazione di massa ha confermato inoltre almeno 24 attacchi pubblicamente riconosciuti contro torri della televisione ucraine e altre infrastrutture in 12 regioni. La maggior parte dei casi ha avuto luogo nelle regioni di Charkiv, Sumy e Cherson. Attacchi contro le infrastrutture televisive sono stati confermati anche nelle regioni di Dnipro, Zaporižžja, Kyiv, Černihiv, Donec’k, Luhans’k, Vinnycja, Žytomyr e Rivne.

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