Le forze dell’ordine stanno indagando su 306 casi di esecuzione di prigionieri di guerra ucraini da parte dei russi

Sono questi i dati diffusi dall’Ufficio del procuratore generale a maggio 2026. I casi investigati riguarderebbero militari ucraini che, dopo essersi arresi, non erano più in grado di opporre resistenza.
Marija Krikunenko 22 Giugno 2026UA DE EN ES FR IT RU

Ілюстративне зображення, © Марія Крікуненко Иллюстративное изображение, © Мария Крикуненко

Illustrazione © Marija Krikunenko

Secondo le norme del diritto internazionale umanitario, un combattente che ha cessato di partecipare alle ostilità acquisisce lo status protetto di persona fuori combattimento(hors de combat). Questa norma entra in vigore automaticamente non appena il militare depone le armi e manifesta l’intenzione di arrendersi, si trova sotto il controllo della parte nemica o viene ferito e non è più in grado di continuare a combattere. Da quel momento non costituisce più un obiettivo militare legittimo. Ciononostante, le forze dell’ordine ucraine, le organizzazioni per i diritti umani e le missioni internazionali indipendenti di monitoraggio continuano a documentare, da parte delle forze armate della Federazione Russa, comportamenti sistematici che vanno in direzione contraria.

Uno degli episodi recentemente documentati di uccisione di prigionieri di guerra ucraini si è verificato l’11 aprile 2026 nei pressi del centro abitato di Veterynarne, nella regione di Charkiv. Secondo i dati dell’Ufficio del procuratore generale, i militari della Federazione Russa hanno catturato quattro soldati di una delle brigate meccanizzate delle Forze armate dell’Ucraina per poi ucciderli. Il crimine è avvenuto durante la tregua di Pasqua, dichiarata ufficialmente . Le forze dell’ordine hanno avviato un’indagine preliminare. Le azioni dei militari della Federazione Russa sono state qualificate ai sensi del punto 2 dell’articolo 438 del Codice penale ucraino come violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra, associata a omicidio volontario.

Фото: Офіс генпрокурора Фото: Офис генпрокурора

FOTO: Ufficio del Procuratore Generale

Secondo i dati dell’Ufficio del procuratore generale, a maggio 2026 le forze dell’ordine ucraine stanno indagando su 306 casi di uccisione di militari ucraini sul campo di battaglia, dopo la loro resa. I casi sono stati raggruppati in 116 procedimenti penali. La procura precisa che si tratta di militari uccisi dopo che avevano deposto le armi o quando non erano in grado di opporre resistenza a causa delle ferite. Questa statistica non include i militari ucraini morti durante la prigionia nella colonia di Olenivka.

Già a maggio il commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino, Dmytro Lubinec’, aveva dichiarato che erano note 337 esecuzioni di militari ucraini catturati dai russi. Secondo quanto affermato, torture, maltrattamenti ed esecuzioni di soldati ucraini non sono casi isolati, ma indicano una pratica sistematica da parte della Russia. L’ombudsman ha inoltre sottolineato che le semplici dichiarazioni di “profonda preoccupazione” da parte della comunità internazionale non bastano: occorrono azioni decisive per rispondere ai crimini commessi dalla Russia contro i prigionieri di guerra ucraini.

Il Servizio di sicurezza ucraino ha inoltre riferito che, al 15 aprile 2026, nove militari russi erano stati ufficialmente indagati nei procedimenti relativi alle esecuzioni di prigionieri di guerra ucraini. Gli atti di accusa nei confronti di sette di loro sono già stati trasmessi ai tribunali, mentre cinque criminali di guerra sono stati riconosciuti colpevoli e condannati.

A febbraio 2026 un tribunale ucraino ha emesso per la prima volta una sentenza relativa all’uccisione di prigionieri di guerra ucraini avvenuta nel territorio della regione di Kursk. Il Tribunale distrettuale Ševčenkivs’kyj di Kyiv ha condannato all’ergastolo il militare della Federazione Russa Vladimir Ivanov, riconosciuto colpevole della fucilazione di due prigionieri di guerra ucraini. Il crimine è stato commesso il 9 gennaio 2025 in un bosco nei pressi del villaggio di Guevo, nella regione di Kursk, in Russia. Secondo gli atti processuali, Ivanov, insieme ad altri militari della Federazione Russa, ha ucciso due combattenti della Difesa territoriale ucraina, Ivan Kondratjuk e Viktor Ljapota. I militari ucraini avevano già deposto le armi e alzato le mani e non stavano opponendo resistenza; di conseguenza non potevano costituire un obiettivo militare legittimo. Il momento dell’uccisione è stato ripreso da un drone ucraino. Successivamente i militari ucraini hanno rintracciato i responsabili e catturato Ivanov che, durante il processo, ha ammesso la propria piena colpevolezza. Ivanov è già il terzo militare della Federazione Russa a essere condannato in Ucraina per un crimine di questo tipo. Il tribunale ha inoltre stabilito che Ivanov e il governo russo dovranno versare un risarcimento di 50 milioni di grivne al figlio quattordicenne di uno dei difensori uccisi.

Полонений російський військовий Володимир Іванов під час засідання Шевченківського райсуду Києва 18 лютого 2026 року. Фото: Суспільне Пленный российский военнослужащий Владимир Иванов во время заседания Шевченковского районного суда Киева 18 февраля 2026 года. Фото: Суспільне.

Vladimir Ivanov, militare russo prigioniero, durante un’udienza presso il Tribunale distrettuale Ševčenkivs’kyj di Kyiv, 18 febbraio 2026. Foto: Suspilne.

L’attivista ucraino per i diritti umani Andrij Jakovljev, in un articolo pubblicato da Ukrinform, ha osservato che anche l’alto comando militare della Federazione Russa potrebbe essere coinvolto nei crimini commessi contro i prigionieri di guerra ucraini. A suo parere, i comandanti e gli alti funzionari non potevano non sapere ciò che facevano i loro subordinati, soprattutto perché tali episodi si sono ripetuti e hanno assunto un carattere generalizzato. Se le uccisioni di prigionieri vengono documentate su diversi fronti, se i militari russi giustificano pubblicamente tali atrocità e il comando non ferma tali azioni, né punisce i responsabili, le circostanze potrebbero indicare una tolleranza nei confronti di pratiche criminali o l’esistenza di ordini informali.

Dal punto di vista del diritto internazionale umanitario l’uccisione di prigionieri di guerra costituisce una delle violazioni più gravi. L’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra vieta ogni forma di violenza nei confronti di chi non partecipa attivamente alle ostilità. Rientrano in questa categoria, in particolare, i militari che hanno deposto le armi, sono stati catturati, feriti o che, per altre ragioni, non sono più in grado di partecipare ai combattimenti. La Terza Convenzione di Ginevra, inoltre, impone che i prigionieri di guerra siano trattati con umanità: devono essere protetti da violenze, intimidazioni, umiliazioni e dalla privazione illegale della vita. Qualsiasi azione di uno Stato che provochi la morte di un prigioniero o ne metta seriamente a rischio la salute è considerata una grave violazione della Convenzione. Allo stesso modo il diritto internazionale umanitario consuetudinario vieta di attaccare le persone hors de combat, cioè coloro che si trovano già sotto il controllo della parte avversaria, sono disarmati, feriti o hanno chiaramente manifestato l’intenzione di arrendersi. Per queste persone la guerra, dal punto di vista giuridico, è già finita: non possono dunque essere considerati obiettivi militari e devono essere protetti.

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