In Russia è iniziato il processo dimostrativo contro la 25enne Yryna Naval’naya

Le “prove inconfutabili” contro la giovane donna includono la “confessione” del suo patrigno, un prigioniero di guerra ucraino, ottenuta quasi sicuramente sotto tortura.
Halya Kojnash06 Aprile 2024UA DE EN ES FR IT RU

Ірина Навальна в суді 23.11.2023 зі своїм адвокатом. Фото Олександра Астахова, Mediazona Ирина Навальная в суде 23.11.2023 г. со своим адвокатом. Фото Александра Астахова, Mediazona

Yryna Naval’naya in tribunale il 23.11.2023 con il suo avvocato. Foto di Aleksandr Astakhov, Mediazona

Il Tribunale militare del distretto meridionale della Russia ha avviato l’ennesimo processo giudiziario contro una donna ucraina, arrestata illegalmente nella Mariupol’ occupata, con gli stessi difetti di base, menzogne e violazioni, che abbiamo visto in innumerevoli altri casi. Tuttavia questa volta è del tutto possibile che la vittima, la 25enne Yryna Naval’naya, sia diventata un bersaglio, perché il suo cognome coincide con quello di uno dei più noti prigionieri politici russi.

Trasferendo Naval’naya dall’Ucraina occupata e “giudicandola” secondo la legge russa, la Russia viola il diritto internazionale. È accusata di tentato atto terroristico ai sensi degli articoli 205 comma 2 e 30 comma 3 del Codice penale russo, nonché di possesso illegale di sostanze esplosive ai sensi dell’articolo 222.1 comma 3. Si afferma, che avrebbe pianificato di provocare un’esplosione nell’edificio dell’amministrazione di occupazione di Mariupol’ durante il falso “referendum sull’annessione alla Federazione Russa”, che la Russia aveva organizzato alla fine di settembre 2022 per giustificare l’ invasione e l’annessione delle aree occupate nelle regioni di Doneck, Luhansk, Kherson e Zaporizzya.

Come riferisce “Mediazona”, la prima seduta su questo caso si è tenuta il 23 novembre, ma l’atto d’accusa era stato consegnato al Tribunale militare del distretto meridionale già il 9 ottobre 2023, e una serie di sedute antecedenti, sembra, fosse stata almeno pianificata. Durante la prima seduta del 23 novembre, Naval’naya ha dichiarato alla corte che negava l’imputazione e ha anche corretto il presidente, Yl’ya Nykolaevych Bezhub, quando ha dato lettura ad alta voce di una dichiarazione presente in atti dalla quale risultava che era stata arrestata il 28 ottobre 2022. In realtà, era stata arrestata dal Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa (FSB) a ottobre, ma era in prigione dal 27 settembre. Tali discordanze sono indicative, poiché in genere è proprio in questi periodi, in cui la persona è in prigione, ma ufficialmente non è detenuta e non ha un avvocato, che vengono utilizzate torture e altri metodi illegali per estorcere le “confessioni”.

L’accusa sostiene che, in segno di protesta contro la cosiddetta “sovranità” della “Repubblica popolare di Doneck” (RPD), fantoccio della Russia, Naval’naya avrebbe cospirato con il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SSU) e accettato di commettere un “atto terroristico”. Questa pratica è già diventata la norma in questo genere di “processi giudiziari”: l’accusa/FSB cerca di aggiungere un movente economico che, probabilmente, si combina meglio con le loro affermazioni sul “mondo russo” e sul sostegno quasi totale da parte della popolazione all’“annessione alla Russia”. Benché Naval’naya abbia presumibilmente protestato contro l’invasione russa, le viene anche imputato di aver ricevuto in agosto 25 mila grivna ucraine dal SSU per l’acquisto di una bicicletta “per il trasporto clandestino di un ordigno esplosivo artigianale” e di aver accettato di ricevere 100 mila grivna ucraine dopo aver commesso l’“atto terroristico”.

L’accusa sostiene, che un “complice” di Naval’naya ha preparato l’ordigno esplosivo e l’ha spedito a Mariupol’. Proprio lui ha presumibilmente scelto il luogo della presunta esplosione e la data, il 27 settembre 2022. Il ruolo di Naval’naya, secondo questo stesso atto d’accusa, consisteva nel ritirare l’ordigno esplosivo, conservarlo nel suo appartamento e, se necessario, portarlo in bicicletta all’Amministrazione distrettuale di Prymorsk, collocarlo e attivarlo con un telecomando. Dopo di che si sarebbe dovuto trasferire in un territorio sotto il controllo delle autorità ucraine e “ottenere una ricompensa in denaro”.

L’accusa sostiene che Naval’naya ha portato l’ordigno esplosivo al “seggio elettorale” nell’edificio dell’amministrazione distrettuale di Prymorsk, l’ha nascosto ed è andata a prendere il telecomando per attivarlo. L’ordigno esplosivo sarebbe stato trovato dalla polizia di occupazione e Naval’naya sarebbe stata arrestata poco dopo. Nella versione ufficiale non viene riferito, dove è stata arrestata, ma si sostiene, che su di lei è stato trovato il detonatore a comando remoto.

Rispondendo alle domande del presidente Bezhub, Naval’naya ha spiegato, che è nata a Mariupol’ e che viveva lì con la madre e la nonna. Si è laureata all’Università tecnica statale di Pryazovskyj, ma non è riuscita a trovare lavoro a causa dell’invasione su vasta scala.

Come è stato riferito, la madre di Yryna, Aleksandra Smolyar, crede che sua figlia sia stata arrestata a causa del suo cognome. Ricorda il modo in cui Yryna era stata trattata, quando per la prima volta erano partite insieme da Mariupol’, e che il suo cognome figurava spesso nei rapporti russi. In realtà non è escluso che ci siano anche altre ragioni. Potrebbe essere diventata un bersaglio perché il suo patrigno è stato fatto prigioniero nel maggio 2022 nell’acciaieria “Azovstal’”assediata. Potrebbe anche non esserci nessuna motivazione reale. Questo non sarebbe il primo caso, in cui degli ucraini vengono arrestati per permettere all’FSB di dichiarare di aver “scongiurato un complotto terroristico”. Yryna ha cambiato il cognome in “Naval’naya”, quando ha compiuto 21 anni. Non aveva niente in comune con Aleksej Naval’nyj, Irina aveva semplicemente preso il cognome di suo nonno per accontentarlo, poiché lui aveva solo figlie e il suo cognome altrimenti non si sarebbe trasmesso alle generazioni successive.

La Russia ha bloccato sistematicamente qualsiasi evacuazione della popolazione civile da Mariupol’, bombardando e bersagliando ininterrottamente la città, e l’unico modo per uscire da lì era passare dalla strada che attraverso la regione occupata di Doneck portava verso la Russia. Aleksandra è riuscita a pagare qualcuno che accompagnasse lei e sua figlia lungo questo percorso, per poi tornare nel territorio controllato dal governo dell’Ucraina attraverso i paesi baltici e la Polonia. Entrambe hanno dovuto subire il “filtraggio” illegale russo, per di più Yryna Naval’naya l’ha provato per prima, il 9 maggio 2022. L’hanno costretta a stare con il viso contro il muro e le mani alzate, e l’hanno interrogata puntandole una pistola alla testa. Vedendo il suo cognome, uno dei russi ha chiesto: “Chi vuole parlare con la figlia di Naval’nyj? Chi vuole vederla?”. Hanno preteso di sapere, se aveva degli amici nel reggimento ucraino “Azov” e come si chiamavano. I russi l’hanno trattenuta per due ore e mezza, ma alla fine l’hanno lasciata andare e le hanno permesso di raggiungere la Russia, da dove si è spostata in Lituania, poi in Polonia ed è tornata in Ucraina. Sua madre è partita separatamente, senza particolari problemi e, tornate in Ucraina, si sono stabilite nella regione di Zhytomyr.

Purtroppo, la nonna paterna di Yryna è rimasta a Mariupol’ da sola e ha continuato a pregare Yryna di andarla a trovare. Nonostante il timore giustificato della madre, perché sarebbe stata in pericolo, nell’agosto del 2022 Yryna è tornata per aiutare la nonna. Probabilmente pensava che, dato che era riuscita a passare una volta, non ci sarebbe stato nessun problema. Aveva panificato di stare solo per qualche settimana, passare del tempo con la nonna, prendere alcune cose dal loro appartamento, e anche cercare di trovare i loro gatti, che erano scomparsi durante il bombardamento.

Aleksandra ha raccontato, che Yryna era comunque arrivata a Mariupol’ e aveva persino trovato la bicicletta, con la quale aveva attraversato la città distrutta per cercare i gatti e inoltre, a quanto pare, per fotografare gli edifici bombardati.

Con lei aveva perso il contatto il 27 settembre. La sera dello stesso giorno l’agenzia statale russa “RIA Novosti” ha pubblicato un video, in cui la giovane donna forniva più volte una “confessione ripetuta” con piccole modifiche. Il racconto di allora coincideva sostanzialmente con quello, che adesso è contenuto nell’atto di accusa, tuttavia si dichiarava, che Yryna “aveva confessato e si era pentita"”. È improbabile, che tale “confessione” sia stata ottenuta senza coercizione, ed è significativo, che una giovane donna, che ora ha un avvocato e si trova formalmente in stato di detenzione, neghi le accuse.

A gennaio, la nota attivista per i diritti umani russa Ol’ga Romanova ha riferito, che nell’ambito di uno scambio è stato rilasciato un altro ucraino ed è riuscito a trasmettere delle informazioni su Yryna. Ol’ga Romanova ha respinto le accuse contro Yryna, dichiarando che la storia del “detonatore a distanza” è stata inventata per giustificare la detenzione di una persona, che non si trovava nemmeno nei pressi dell’edificio dell’amministrazione. Come ha fatto duramente osservare Romanova, le “prove inconfutabili” per l’accusa sono: il fatto, che il patrigno di Yryna Naval’naya fosse un difensore ucraino, ora in prigione, la “confessione” (non importa, che sia stata ottenuta sotto tortura) e il cognome di Yryna.

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