‘Correte, non voltatevi. Se vi voltate, vi ammazziamo’

Rostyslav Pašyns’kyj e un altro ragazzo incontrato per via, Maksym Bondarenko, sono stati presi prigionieri mentre cercavano autonomamente una via di evacuazione da Buča. I due ragazzi sono stati picchiati e minacciati del taglio di dita e orecchie. Per costringere uno di loro a confessare che era un tiratore, i russi hanno simulato la fucilazione dell’altro. Rostyslav racconta la paura di morire e la felicità di essere ancora vivo, di essere stato risparmiato dall’esercito russo.
Andrij Didenko08 Dicembre 2023UA DE EN ES FR IT RU

Quando tutto questo è iniziato, non potevo nemmeno immaginare che nel XXI secolo l’uomo fosse capace di tanta crudeltà, di tanta barbarie. Andare a uccidere in un paese vicino, ritenuto fratello. Ne ho dovute passare tante proprio perché non credevo fosse possibile. Fino all’ultimo sono rimasto a casa mia, pensavo che il nostro esercito avrebbe avuto la meglio sugli occupanti arrivati a Buča. Ma come mi sbagliavo! Le mie, per così dire, avventure sono cominciate il 4 marzo con l’occupazione della vetreria. Mi sono svegliato la mattina, e, guardando dalla mia finestra (abito al primo piano), ho visto camminare dei soldati col nastro di San Giorgio sulle uniformi, e con dei mitra. E controllavano i passanti, quindi ho capito che era la fine. La fine.

Allora me ne sono rimasto chiuso in casa, zitto zitto. E questo un po’ mi ha salvato, e un po’ no. Perché loro sono arrivati la sera, più o meno verso le 17:00, hanno bussato alla porta e hanno detto: “Aprite o sarà peggio per voi”. Hanno provato a forzare la porta, ma non ci sono riusciti. Io non ho mosso un dito per non fargli capire che ero in casa. E allora hanno iniziato a tentare di forzare la porta usando il mitra, cioè sparavano alla porta, alla serratura. Ma, grazie a Dio, la mia porta ha resistito. La serratura si è bloccata, e io sono rimasto in casa. Pensando che ero sopravvissuto alla mia stessa morte.

Questo, va da sé, non è bello da ricordare, perché in quel momento avevo già detto addio ai miei cari. Internet funzionava ancora, e ho mandato ai miei genitori un vocale, dicendogli: “Vi voglio bene, vi abbraccio tutti, addio”. Grazie a Dio, quella volta non mi hanno raggiunto. Sono rimasto solo chiuso e zitto in casa il 4 marzo e poi il 5, il 6. Il 5 marzo già non li vedevo più nel mio quartiere dalla finestra. E ho deciso di aspettare un altro giorno per maggiore sicurezza. E il 6 marzo era tutto tranquillo, normale. Il 7 marzo ho tentato di scappare da casa mia attraverso il terrazzo. L’ho fatto di mattina, verso le 7:00.

Ростислав Пашинський, місто Буча

Rostyslav Pašyns’kyj, Buča

Sono andato in terrazzo, di sotto stavano uscendo i vicini, e così ho capito che non c’era nessuno perché loro uscivano. Li ho chiamati. Ho detto: “Per favore, aiutatemi a uscire di casa, a scappare”. Mi hanno messo sotto la finestra una scala, lanciato una corda, e con quelle sono scappato da casa mia. Ho iniziato a chiedere in giro se qualcuno stesse partendo, o fuggendo. Per poter andarmene a Kyїv, a Chmel’nyc’kyj. Perché lì? Perché io vengo dall’Ucraina occidentale, da Chmel’nyc’kyj. Ma, purtroppo, non c’era nessuno che lo facesse. E ormai non potevo più tornare nel mio appartamento. Perciò ho deciso che bisognava solo andare al “ponte della vita”, quello che da Irpin’ porta a Romanivka, e da lì a Kyїv. Sono andato un po’ in giro per il mio quartiere, ho chiesto alla gente. Nessuno andava da nessuna parte. Ho chiesto dove si trovavano gli occupanti, per poter evitarli. Questo è successo il 7 marzo.

Sono passato davanti al deposito metallurgico, quello dove fucilavano i civili. Li catturavano e li fucilavano.

Là c’era anche un blindato. Ho solo visto che c’era, e quindi che lì c’erano gli occupanti. Dunque ho fatto dietrofront e sono andato verso la ferrovia. E camminando lungo la strada ferrata mi sono diretto alla stazione di Buča. Per strada ho incontrato un altro civile che voleva anche lui scappare da Buča, perché la sua casa era stata colpita da un missile. Affrontare certe esperienze è più facile insieme che da soli. Quindi abbiamo unito le nostre forze. Il mio nuovo amico si chiamava Maksym Bondarenko. Un ragazzo giovane, come me. Di 26 anni.

Io e lui non siamo arrivati fino alla stazione di Buča, perché gli occupanti erano già lì. Questo è successo all’incirca tra le 10:00 e le 11:00. Più o meno. Poi, dalla stazione siamo tornati indietro fino al passaggio a livello di via Jabluns’ka. Lì ho visto un posto di blocco dei nostri soldati, sfondato. Abbiamo visto le loro tracce, e i loro cadaveri. Da lì siamo passati davanti al centro di reclutamento militare di Buča. Lì c’erano dei civili, era più o meno tranquillo. E da lì siamo andati nei campi. Là, tra le stradine, c’è una via che porta ai campi. E attraversandoli si può arrivare, tramite un ponte di metallo, a Irpin’. Siamo arrivati vicino a Synerhija. Lì abbiamo incontrato dei civili, e ci hanno detto che gli occupanti si erano stabiliti in alcune case private vicino a Synerhija. Se si andava dritti per via Universytets’ka si poteva uscire.

Siamo passati per Irpin’. Avevano bombardato, abbiamo visto dei cadaveri. Sia di civili che di militari.

L’atmosfera sicuramente non era bella. Quando ti possono uccidere non è per niente bello. Erano quasi le 12:00 quando abbiamo raggiunto l’estrema periferia di Irpin’.

Ірпінь, наслідки російських бомбардувань

Irpen’, le conseguenze dei bombardamenti russi

Ma lì c’erano già dei militari russi, gli occupanti. Quindi abbiamo tentato di superarli. Passando per Synerhija, per la strada verso Zabuččja. Li abbiamo seminati, in parole povere. Siamo arrivati a un bosco, abbiamo circumnavigato Irpin’. E siamo arrivati a Stojanka, che quelli del posto chiamano “centrale della rete idrica”. È una cittadina vicino al “ponte della vita”. Allora erano già circa le 15:00 o le 16:00. E il coprifuoco, mi sembra, iniziava alle 17:00. Perciò abbiamo iniziato a chiedere ai locali se c’era un posto solo per dormire una notte. Per partecipare all’evacuazione da Irpin’ il giorno successivo. Attraverso il ponte. Ma i civili non ci hanno accolti, perché avevano paura. Allora io e Maksym abbiamo trovato una casa ancora in costruzione, con le porte aperte. E con le finestre. E abbiamo dormito lì, sul pavimento di compensato. Sotto i bombardamenti dell’artiglieria. In quei momenti era molto dura addormentarsi. Ed era facile, basandosi sul sibilo di un missile, capire dopo quanto tempo sarebbe esploso.

Il giorno dopo, l’8 marzo, ci siamo svegliati alle 8:00, abbiamo fatto colazione con quello che avevamo e ci siamo diretti verso il “ponte della vita”. Ma lungo la strada abbiamo incontrato gli occupanti. C’era un posto di blocco, o qualcosa del genere di fianco alla scuola materna “Smajlyk”. Li abbiamo visti. Ma pensavamo di poter passare liberamente per raggiungere il punto di evacuazione. Negli edifici ancora in costruzione, dove c’erano i cantieri, c’erano dei sacchi bianchi per la spazzatura e ne abbiamo preso uno a mo’ di bandiera bianca, solo perché non ci sparassero. L’abbiamo sollevato e abbiamo proseguito. Gli occupanti ci hanno notati e sono corsi verso di noi imbracciando i mitra. Ci hanno chiesto: “Chi siete? Dove state andando?” "Andiamo al ‘ponte della vita’”, gli abbiamo risposto, ovviamente in russo. Loro hanno detto che non c’era nessuna evacuazione, che nessuno aveva preso accordi. Ci hanno chiesto i telefoni, e glieli abbiamo dati. Hanno iniziato a controllarli, a controllare le nostre cose, a rivoltare tutto.

Міст через річку Ірпінь, зруйнований військами РФ

Il ponte sul fiume Irpin’ distrutto dall’esercito russo

Hanno detto che eravamo dei tiratori, che gli puntavamo addosso i missili. Quindi ci hanno detto: “Mani dietro la schiena, berretto sugli occhi”.

Allora faceva freddo e nevicava. Mani dietro la schiena e berretto sugli occhi, ci hanno portati al loro punto di dislocamento. Non so dove fosse concretamente, perché non vedevo nulla. Lì ci hanno messi in ginocchio. Ci hanno chiesto: “Chi siete, da dove venite, che fate qui? Dove andate?” Ci hanno puntato contro i mitra, dei coltelli. Minacciando di tagliarci le orecchie, il naso. Le dita. Per farci parlare. Poi ci hanno picchiato. Forte. Alla fine del nostro interrogatorio, il loro comandante ha detto: “Mandiamoli alla base, deciderà il comandante cosa farne di loro”. Ci hanno messi su un blindato e portati nel bosco. Dove esattamente, non lo so. Perché era tutto oscurato, non vedevo niente. Nella prima base dove sono stato, ci hanno interrogati uno alla volta. Prima Maksym, poi me.

Minacciavano di tagliarci le mani, i piedi. E pure le orecchie, il naso, la lingua. In più ci hanno picchiato. E poi ci dicevano: “Se non vi decidete a parlare, vi costringeremo a tagliarvi l’un l’altro le gambe con una sega”.

È stato terribile. Quando sei in ginocchio e ti senti dire così. Ti hanno spaccato il naso, la faccia, sei in lacrime, ti cola il sangue. È terribile. Alla fine dell’interrogatorio, ci hanno portati in un’altra base. A quanto ho capito dopo, era in un bosco vicino a Lub’janka. Ci hanno portati là più o meno alle 16:00-17:00, iniziava a fare buio. Ci hanno interrogati uno alla volta. Prima Maksym, poi me. Maksym l’hanno portato a un 50 metri da me, per non farmi sentire niente. L’hanno interrogato per circa 20-30 minuti. Poi ho sentito uno sparo. L’occupante che mi sorvegliava per non farmi scappare via mentre ero disteso a terra ha detto: “Ecco, al tuo amico gli hanno sparato, cerca di ricordarti tutto se vuoi vivere”. Mi hanno portato lì, messo in ginocchio. Mi hanno alzato il berretto perché li vedessi: avevano tutti il passamontagna, perciò non potrei riconoscere nessuno di concreto.

Mi facevano domande: “Chi sei? Da dove vieni? Dove andavi?” Chiedevano dov’erano i nostri, ma io non lo sapevo, non li avevo neanche visti. Chiedevano che armi avessero. Pensavano che fossi un tiratore. Perciò mi hanno chiesto dov’erano le mie armi. Non ci potevo credere. Ma quali armi! Nel primo interrogatorio non hanno trovato armi, e neanche nel secondo. Mi hanno chiesto se conoscevo Maksym e da quanto. Ho risposto che non lo conoscevo. Ma loro mi hanno messo davanti a un fatto: lui avrebbe detto che noi due ci eravamo addestrati insieme nella base militare NATO di Žytomyr. Che eravamo tiratori specializzati. L’ho capito solo dopo che mi volevano spaventare. Ma allora ho avuto paura.

Ero davanti alla buca dove era disteso Maksym, che sembrava morto. Mi hanno buttato su di lui, ho pensato che fosse morto.

Mi hanno puntato contro il mitra e hanno detto: “Parla, se hai qualcosa di utile da dire”. Non sapevo proprio cosa dire. Non sapevo, non ne avevo idea. Ma volevo vivere. Grazie a Dio, non mi hanno sparato, mi hanno solo tirato fuori dalla buca. E mi hanno fatto altre domande assurde. Nel mentre hanno tirato fuori anche Maksym. E l’hanno messo in un’altra buca, dove poi siamo rimasti seduti. Come prigionieri. Finito il mio interrogatorio, mi hanno messo nella buca con Maksym. Lì ho scoperto con gioia che era vivo, che non ero da solo. Che non l’avevano ucciso. Se ci davano da mangiare? Se stavamo bene? Sì, ce ne davano. Due volte al giorno, mattina e sera. Ci davano quello che mangiavano anche loro. Era del boršč annacquato. Riso, kaša di grano saraceno. Ci hanno chiesto se eravamo militari. Maksym aveva un problema di salute, non ricordo quale. E allora ho pensato di inventarmi che ero ammalato di cuore. Nello zaino avevo una piccola farmacia, pastiglie per ogni evenienza, per stupidaggini, mi sono inventato di avere problemi al cuore, perciò non combattevo. È stata la mia salvezza.

Stare seduti in quella buca era terribile. Perché si era messo a nevicare. Non era coperta, era una buca di 3 metri per 3, dove potevamo accendere il fuoco per scaldarci la notte.

Naturalmente, il fuoco non è durato fino a mattina. Io e Maksym ci stringevamo l’uno contro l’altro per non congelare. Finché siamo stati nella buca, ci hanno sempre sorvegliati. Un paio di militari. La mattina ci hanno detto che ci avrebbero dato del tè e da mangiare, per scaldarci. E questo ci ha aiutato. Siamo stati tutto il giorno seduti ad aspettare. Quando hanno portato il tè, hanno detto che il giorno dopo sarebbero arrivati dei comandanti. E che se ci veniva in mente qualche informazione utile da riferire, dovevamo farlo quando loro sarebbero arrivati. Ma abbiamo passato il giorno seduti nella buca, a bruciare legna. E non abbiamo fatto niente. Il mattino del 10 marzo ci hanno liberati, ma non hanno usato questa parola, ci hanno detto: “Vi scarichiamo”. Ci siamo preparati, avevamo soltanto i nostri vestiti. Avevamo solamente il mio zaino e i nostri documenti. E così ci hanno portati nel bosco.

Кладовище розстріляних авто цивільних у лісі на Київщині

Un cimitero di automobili distrutte nella regione di Kyiv

Ma prima ci hanno legato le mani e coperto gli occhi col berretto. Nel bagagliaio avevano messo degli attrezzi, non so cosa fossero. Ho fatto tutto il viaggio con la canna di un mitra appoggiata a una costola. Credo fosse perché non mi venisse in mente di fare qualcosa. Come se potessi fare qualcosa in quella situazione. Il tragitto è durato circa 20 minuti, più o meno. E ci hanno liberati nel bosco.

Ci hanno slegato le mani e sollevato i berretti, e poi hanno detto: “Correte, svelti, mani in altro e correte, non voltatevi. Se vi voltate, vi ammazziamo”.

“Se i nostri vi chiederanno chi vi ha lasciati andare, dite che è stato Kinžal”. E ci siamo messi a correre. Non credo di essere mai stato tanto felice come quando ci hanno restituito la vita. Anche se continuavo a pensare che sarebbe finita lì da un momento all’altro. Quel pensiero non mi abbandonava. Siamo usciti dal bosco e seguendo il sole siamo corsi fino all’abitato di Lub’janka. Ci siamo avvicinati alla prima casa che abbiamo visto, abbiamo saputo che nel paese c’erano gli occupanti. Soldati di Kadyrov che giravano a radunare gli uomini. Controllavano telefoni, documenti, cercavano militari. Noi non avevamo niente, non sapevamo dove andare. Casomai a Buča, e poi di nuovo a Kyïv. Altre idee non ne avevamo. La gente del posto ci ha dato da mangiare, da bere. È stato fantastico, perché quella mattina non ci avevano dato niente. Abbiamo provato ad aggirare Lub’janka da varie parti per andare a Buča. Ma il territorio era presidiato dai militari. Perciò presi dalla disperazione abbiamo tentato di superare il posto di blocco centrale, dove, per fortuna, passava un corridoio umanitario.

Lì abbiamo incontrato i militari che ci avevano portati via dalla loro base. Si sono stupiti. E hanno detto: “Be’, volete forse tornare da noi, vi è piaciuto? Sedetevi qua, aspettate 5 minuti, finiamo con questi ragazzi e poi pensiamo a voi”. Stavano controllando i documenti di alcuni ragazzi del paese. Ci siamo seduti, ad aspettare. E abbiamo visto automobili civili che attraversavano il corridoio. E gli abbiamo chiesto se ci facevano salire su una. Per fortuna, le hanno fermate e ci hanno caricati. E così siamo andati da Lub’janka a Chmel’nyc’kyj. Le carte di credito e i passaporti ce li avevano lasciati. Il giorno dopo a Chmel’nyc’kyj ho subito riattivato la SIM. Ho rimesso in funzione il telefono e ho contattato i miei cari: i parenti, gli amici. Per tutti sono come risorto dai morti. Sono rimasti senza parole.

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