Voci dalla guerra: Ihor Ivanov, abitante di Trostjanec’

“Non è riuscita a compiere 53 anni”. Un abitante di Trostjanec’ parla della moglie, fermata e uccisa.
Denys Volocha. Tradotto da Luisa Doplicher, Sara Polidoro, Claudia Zonghetti15 Marzo 2023UA DE EN FR IT RU

Ihor Ivanov di Trostjanec’ stenta ancora a credere che sua moglie non c’è più. Fermata senza un motivo preciso durante l’occupazione russa della città, se ne sono perse le tracce per diverso tempo. Quando Trostjanec’ è stata liberata, le forze dell’ordine hanno trovato un corpo sepolto che, a detta di Ihor, era difficile da identificare.


Ihor, ci dice cos’è stata per lei l’occupazione russa a Trostjanec’?

Un fulmine a ciel sereno. Una mattina guardo fuori dalla finestra e ci sono i carri armati sotto casa. Stiamo sulla Lunina, a 5-6 metri dalla strada, e lì c’erano i carri armati. E ancora camion, blindati, autobotti. I nostri figli stavano in una parallela, noi lì, e facevamo avanti e indietro passando per l’orto, senza farci vedere. Non mi sono accorto che [mia moglie] era uscita, non so dove doveva andare e perché. Poi sono saltate le linee telefoniche. Non c’è stata connessione per tre giorni. Avevano staccato l’elettricità, non funzionavano i ripetitori. E sono andato a cercarla, in giro. Quando sono arrivate le truppe ucraine a liberarci, anche la polizia ha ripreso a lavorare, e ho denunciato la scomparsa. Due mesi dopo, forse un po’ di più, mi hanno chiamato per identificare un corpo.

L’avevano trovata per caso, mezzo metro sottoterra. È stata dura identificarla, ma ho riconosciuto alcune caratteristiche.

Quindi l’avevano fermata?

Sì. E non solo lei, quella sera. Non so il numero preciso, ma direi dieci-quindici persone. Non so cosa sia successo. Le hanno sparato alla testa. Ho la dichiarazione dei medici. Perché, lo sa solo chi le ha sparato.

Dove l’hanno tenuta?

Nella torre del deposito di cereali che abbiamo qui a Trostjanec’. C’è l’impianto di essiccazione, i magazzini. Il silos.

Cosa faceva sua moglie?

Lavorava nel commercio. In quel momento vendevamo fiori. Li coltivavamo per venderli. Avevamo una piccola attività. Non molto grande, iniziava appena a crescere. Mia moglie la conoscevano tutti, a Trostjanec’. Aveva anche lavorato in una ferramenta, per un bel po’. E io per l’azienda del gas.

Ігор Іванов. © Денис Волоха / ХПГ Ihor Ivanov. Foto: Denys Volocha Igor Ivanov. © Denys Volokha Игорь Иванов. © Денис Волоха / ХПГ

Ihor Ivanov. © Denys Volocha

Che motivo potevano avere per trattenerla?

Non lo so. Forse era passato il coprifuoco? Non lo so. Sarà uscita che erano le 4 del pomeriggio e il coprifuoco quella volta iniziava alle 5, mi pare. “Quella volta” intendo durante l’occupazione. E non ricordo fino a che ora. Fino alle 8 del mattino, qualcosa così. E comunque sconsigliavano di uscire di casa. Si sarà fermata da qualche parte, chi lo sa… Io non lo so.

Perché ha deciso di restare in città? Perché non se n’è andato?

Speravo che tornasse. La aspettavo. E poi, dove potevo andare? Eh? Io sono degli Urali. Mia madre è ancora viva e sta lì. Ma io come ci arrivo? E non ho altri posti dove andare. Resto qui, e sarà quel che dev’essere. Magari torneranno i miei figli. Verso primavera, chissà. Sono sfollati, loro. In un altro paese, un bel po’ a nord.

Come stavate durante l’occupazione? Il cibo è mai mancato, per esempio?

All’inizio uscivamo di giorno. All’inizio si poteva fare, non c’erano problemi. E da quello che potevo capire i soldati erano di leva. Erano molto giovani, si vedeva. Poco più che ventenni. Ce n’erano anche di più vecchi, certo. In realtà, qualche assaggio c’era stato: il primo giorno hanno sparato su una macchina alla stazione. È rimasta lì tre giorni, non abbiamo potuto seppellire chi c’era dentro: non ci davano l’autorizzazione. Poi una granata da una parte, un proiettile vagante da un’altra. Cercavamo [di uscire] solo se serviva, questo sì, solo se c’era da comprare qualcosa. Perché nei primi giorni ancora si trovava, qualcosa da comprare, ma dopo una settimana con i negozi aperti, la gente aveva portato via tutto. E non c’era più niente, nei negozi.

Sono mai venuti casa per casa?

All’inizio no, non l’ho mai sentito dire. Passavano in colonna e basta. Era già il 16, mi pare, quando sono venuti da me quelli di Donec’k. A controllare i documenti. Hanno controllato anche il telefono, le foto. Si sono piazzati nei punti più alti. C’era anche un cecchino, mi hanno detto. Io non l’ho mai visto, ma poco distante da noi c’erano i [soldati], quelli sì che li ho visti. E sono venuti a casa mia, sì. Ma “in amicizia”, per così dire. Erano tranquilli. Niente prepotenze, dico la verità. Mentre altrove ho sentito dire che hanno trattato male la gente. È capitato che portassero via qualcosa, ma solo perché anche loro erano a corto di cibo. C’era poco da portare via, comunque, era successo tutto all’improvviso, la gente non aveva fatto scorte. C’era giusto qualcosa in cantina: patate, carote, conserve fatte in casa. Basta. Non ce l’aspettavamo, che succedesse. Non eravamo preparati.


Il Gruppo per i diritti umani di Charkiv ha aiutato materialmente Ihor Ivanov e ha raccolto i materiali per sottoporre il suo caso agli organi giudiziari internazionali. Nei giorni trascorsi a Trostjanec’, ai nostri avvocati si sono rivolte più di cinquanta persone che avevano perso i propri cari o le proprie abitazioni, o che avevano riportato delle mutilazioni per colpa dei russi.

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