Condanna shock a 27 anni per il cittadino ucraino rapito a Melitopol’, città occupata dalla Russia

Il tribunale russo ha condannato Artem Malyšev a 27 anni di reclusione, due anni e mezzo dopo che l’allora trentottenne ucraino era stato rapito non lontano dal suo luogo di lavoro nella città occupata di Melitopol’. La sentenza appare particolarmente crudele, soprattutto se si considera che gli “investigatori” russi non sono stati in grado di individuare nessun’altra persona coinvolta nella presunta “organizzazione terroristica” nella quale, secondo l’accusa, Malyšev avrebbe ricoperto un ruolo prevalentemente ausiliario.
Artem Malyšev, nato il 24 novembre 1984, è stato rapito il 22 giugno 2023. Cinque minuti prima dell’inizio del lavoro si era recato in bicicletta alla farmacia più vicina e poi è letteralmente scomparso.
La famiglia e gli amici non avevano la minima idea di quello che gli era successo. Diffondevano la notizia della sua scomparsa e pregavano chiunque sapesse qualcosa di mettersi in contatto con loro. E da quando si è appresa la notizia della sua detenzione, è trascorso quasi un anno prima che emergesse qualche minima informazione sulle accuse a suo carico. La Russia, nel frattempo, già qualche giorno dopo il rapimento lo aveva inserito nella sua tristemente nota “lista di terroristi ed estremisti”.
Non si sa dove sia stato detenuto per circa sei mesi prima di essere trasferito nel penitenziario di Mariupol’. Periodi di questo tipo, durante i quali una persona viene trattenuta segregata (senza alcun contatto con il mondo esterno) e senza status ufficiale, vengono di norma utilizzati per estorcere “confessioni” false tramite torture. La stragrande maggioranza di “persecuzioni giudiziarie” simili, incluso il caso Malyšev, somiglia molto più a sparizioni forzate che ad “arresti”. Violando il diritto internazionale, sia attraverso l’applicazione della legislazione russa nei territori occupati, sia mediante la deportazione forzata di cittadini ucraini sul territorio russo, la Federazione Russa nega agli ucraini persino l’apparenza di un processo equo.
L’accusa finale contro il quasi quarantenne Malyšev è stata pronunciata ufficialmente a Rostov il 19 novembre 2024 dal Tribunale militare distrettuale meridionale. Poiché si sono svolte più udienze, è del tutto plausibile che Artem abbia respinto alcune o tutte e cinque le imputazioni a suo carico. Artem è stato accusato di “pianificazione di atto terroristico” (art. 205, comma 2, del Codice penale russo), “partecipazione a un’organizzazione terroristica” (art. 205.4, comma 2), “addestramento finalizzato allo svolgimento di attività terroristica” (art. 205.3) e, inoltre, anche ai sensi degli articoli. 222.1, comma 4 e 223.1, comma 3 relativi a ordigni esplosivi.
Il tribunale ha sostenuto che per un periodo di tempo sospettosamente lungo (“da agosto a fine novembre 2022”), Malyšev avrebbe accettato la proposta di un rappresentante dell’intelligence militare ucraina di “aderire e partecipare all’attività di un’organizzazione terroristica”.
Il ruolo di Malyšev in tale “organizzazione terroristica” sarebbe stato quello di osservare gli obiettivi (che, secondo l’accusa, venivano scelti dai “leader e organizzatori” dell’organizzazione). Avrebbe inoltre dovuto trasportare, spostare e custodire ordigni esplosivi e componenti per ordigni esplosivi artigianali e, ovviamente, partecipare direttamente a quello che lo stato aggressore definisce “atto terroristico”, facendo esplodere gli ordigni. Anche altre persone non identificate si sarebbero occupate del trasporto, della custodia o di altre azioni connesse agli ordigni esplosivi e avrebbero deciso che l’obiettivo sarebbe stato un collaborazionista, il “capo dell’agenzia statale per le strade” nominato dagli occupanti russi (probabilmente Ivan Mironov).
Secondo l’accusa, Malyšev sarebbe arrivato a casa a Melitopol’ tra fine ottobre e inizio novembre 2022, avrebbe preso gli ordini esplosivi, li avrebbe trasportati in un altro luogo e avrebbe “iniziato a custodirli”. Ad aprile 2023 avrebbe ricevuto un video con istruzioni per la detonazione dell’ordigno — su tale base, probabilmente, è stata pronunciata l’accusa di “addestramento a fini di attività terroristica”.
Dopo aver osservato l’auto di Mironov dal 20 maggio al 13 giugno 2023, Malyšev avrebbe preso l’ordigno esplosivo e, il 13 giugno 2023, lo avrebbe agganciato sotto la sua macchina. Mironov lo avrebbe trovato e comunicato il fatto agli organi di occupazione, che avrebbero poi disinnescato l’ordigno. Va qui sottolineato che i funzionari designati dalla Russia nel territorio occupato sono ben consapevoli dell’odio nei loro confronti. Il collaborazionista Evgenij Balickij, nominato “responsabile” della regione occupata di Zaporižžja, già ad agosto 2023 si era lamentato del fatto che tutti loro erano obbligati a seguire corsi di sicurezza, che includono anche il controllo accurato delle proprie automobili per verificare la presenza di ordigni esplosivi. Tali persone sono obiettivi completamente legittimi e i tentativi del paese aggressore di far passare simili attacchi come “terrorismo” sono assurdi.
Non esistono prove che Malyšev sia stato “colto in flagrante”, né su come sia stato “identificato”. Tale sospetto si rafforza anche perché c’è una discrepanza tra le date: nel rapporto del tribunale si dice che Malyšev sia stato “arrestato” il 5 giugno 2023, due settimane dopo la sua sparizione in circostanze che indicano chiaramente un rapimento.
La sentenza è stata pronunciata il 26 dicembre 2023 dal “giudice” Denis Vasil’evič Stepanov. Artem Malyšev è stato condannato a 27 anni di reclusione da scontare in una colonia a regime severo, con i primi cinque anni in uno dei carceri più duri tra tutte le prigioni russe. Inoltre, gli è stata inflitta una multa enorme di 700 mila rubli.