L’attacco russo alla Lavra

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno l’esercito russo ha sferrato l’ennesimo attacco su vasta scala contro Kyiv. Sono stati danneggiati in particolare due monumenti storici: la Cattedrale della Dormizione della Lavra di Kyiv-Pečers’k e l’edificio dell’Arsenale delle arti, situato proprio di fronte alla chiesa.
Già pochi minuti dopo l’attacco alla Lavra, la propaganda russa ha iniziato a diffondere tutta una serie di dichiarazioni false, alcune perfino contraddittorie. Canali Telegram e i principali propagandisti della Federazione Russa hanno diffuso notizie su una presunta esplosione di missili di difesa aerea ucraini MIM-104 Patriot sui due monumenti o addirittura accusavano il governo ucraino di aver provocato un’esplosione controllata o un incendio doloso della cattedrale.
Serhij Okunev, giornalista di The New Voice of Ukraine, ha visto la Cattedrale in fiamme di prima mattina e lui stesso è stato quasi colpito da un secondo attacco alla Lavra. Un suo video in particolare smentisce apertamente le dichiarazioni russe riguardo i missili di difesa aerea o le esplosioni controllate. Riportiamo la cronaca di quella notte e della mattina successiva a cura di Okunev per KHPG, il gruppo di protezione dei diritti umani di Charkiv:

“L’attacco avvenuto la notte tra il 14 e il 15 giugno si differenziava poco rispetto agli attacchi precedenti. La sera prima era già noto che si stesse preparando un attacco su larga scala, per questo insieme ad altri colleghi ci siamo incontrati in una delle stazioni della metro per coordinare le nostre azioni. Conoscendo la tattica russa del doppio colpo, non uscivamo subito dopo i primi attacchi, persino quando ricevevamo l’informazione delle esplosioni. Più tardi ho visto l’ennesimo esempio di propaganda russa: sui social media venivano diffuse immagini fake che mostravano il presunto arrivo di giornalisti ucraini alla Lavra qualche ora prima dell’attacco per preparare le riprese. Qualsiasi cittadino di Kyiv capisce che si tratta palesemente di un fake: nell’immagine modificata la Lavra si trova nel cuore di un quartiere dormitorio e i luoghi dove i giornalisti starebbero preparando le riprese in studio in realtà non esistono. Si tratta chiaramente di un falso. Come tutti gli abitanti di Kyiv, noi giornalisti veniamo a conoscenza dei luoghi degli attacchi russi da fonti pubbliche o da scambi di informazioni tra colleghi. Abbiamo un protocollo di sicurezza per garantire che la pubblicazione di foto o video non rappresenti una minaccia per un attacco ripetuto. Tutto questo è valso anche la notte tra il 14 e il 15 giugno.

Siamo venuti a conoscenza dell’attacco alla Lavra, come tutti gli altri, da post su social media e canali internet. Abbiamo iniziato a muoverci verso la stazione della metro Arsenal’na, ma lungo il tragitto abbiamo notato l’esplosione di un drone o dei suoi frammenti sul mercato di vestiti vicino alla stazione della metro Šuljavs’ka. Era divampato un grandissimo incendio, i soccorritori della Protezione civile stavano spegnendo le fiamme nonostante il pericolo di attacchi ripetuti. Il nostro percorso verso la Lavra passava da Via Parkova. A quel punto l’ondata principale di bombardamenti stava finendo, i fatti sono avvenuti alle quattro del mattino circa. Allora abbiamo sentito il rumore di un altro drone che si dirigeva verso la riva sinistra, proprio in direzione della Lavra di Kyiv-Pečers’k. Il drone è stato abbattuto sul fiume Dnipro proprio davanti ai nostri occhi. Non possiamo esserne sicuri al 100%, ma c’è la possibilità che anche quel drone fosse indirizzato verso la Lavra, ma che non abbia raggiunto il suo obiettivo.
Giunti sul luogo dei fatti abbiamo lasciato la macchina vicino ai cancelli dell’Arsenale delle arti in Via Lavrs’ka. Uno dei colleghi si è subito diretto verso la Cattedrale della Dormizione passando per il cancello principale, mentre io e un altro collega siamo andati verso il monumento all’annalista Nestor. Proprio qualche minuto dopo essere giunti in Via Cytadel’na abbiamo sentito il rumore di un drone che si stava avvicinando. Anche i tanti membri della Protezione civile che si trovavano numerosi intorno alla Lavra hanno iniziato ad avvisare del pericolo aereo gridando.

All’inizio siamo corsi verso la macchina, poi però abbiamo capito che il drone era troppo vicino e che non avremmo fatto in tempo. Abbiamo trovato il posto coperto più vicino, il portico della chiesa del Beato Agapito di Pečers’k. Qualche secondo dopo esserci nascosti sotto al portico, non solo abbiamo sentito, ma abbiamo anche visto un drone di tipo Shahed-136 dirigersi verso il campanile della Lavra. Un mio collega ha iniziato a girare un video dal portico della chiesa. Anche un altro nostro collega, che in quel momento si stava nascondendo accanto alla Cattedrale della Dormizione e ha visto il drone dirigersi verso di lui, può confermare che fosse indirizzato proprio verso la Lavra.

Quando il drone era proprio sopra di noi, il suo rumore è cambiato: ha iniziato a prepararsi all’attacco, è un movimento accompagnato da una picchiata. All’ultimo momento il drone si è scontrato con la torre di Giovanni Calibita, ha abbattuto la croce e l’ostacolo ha modificato notevolmente la sua traiettoria. Dopo il colpo il drone ha girato ed è esploso. Un nostro collega ha filmato quel momento. Io mi trovavo a meno di 30 metri dal luogo dell’attacco e ho visto tutto con i miei occhi.
Durante tutto questo non ho sentito un singolo sparo, il motore del drone aveva un suono del tutto normale: stava per colpire, ma ha cambiato direzione dopo aver urtato la torre. Così si è verificato l’impatto contro l’angolo dell’edificio dell’Arsenale delle arti.

Le affermazioni della propaganda russa su un presunto danno dell’edificio causato dai missili di difesa aerea ucraini sono prive di fondamento. La seconda esplosione è avvenuta proprio davanti ai miei occhi: è impossibile confondere uno Shahed con un missile di difesa aerea. Inoltre, subito dopo l’esplosione, ho ripreso i frammenti che appartengono senza dubbio a un drone e di certo non a un missile.
Durante le ore successive ho continuato a lavorare intorno alla Cattedrale della Dormizione e, in generale, nei pressi della Lavra. Anche accanto alla cattedrale si potevano vedere piccoli frammenti di Shahed. Tutti i testimoni con cui sono riuscito a parlare, dai monaci ai vicini, hanno affermato all’unanimità che era stato un drone a cadere sull’edificio della cattedrale. Ciò è confermato dal suono caratteristico del motore di uno Shahed, che è impossibile confondere con il rumore di un missile di difesa aereo. Più tardi, la Protezione civile ha estratto dei grandi frammenti appartenenti a un drone, in particolare un motore che è stato trovato sul tetto della Cattedrale della Dormizione.
Tutti i tentativi successivi da parte della propaganda russa di giustificare gli avvenimenti fanno parte della vecchia scuola della menzogna russa. Come già avvenuto nel caso dei crimini a Buča, i propagandisti inventano e diffondono allo stesso tempo una grande quantità di versioni differenti, a volte anche direttamente contraddittorie, per creare il maggior caos informativo possibile. Ricordatevi di Buča: da un lato ‘non c’erano cadaveri, c’è un video che mostra che i presunti morti di Buča sono attori’ e allo stesso tempo ‘i morti di Buča sono vittime dei nazisti ucraini’. E ancora decine di versioni differenti che si contraddicono a vicenda. Nel caso della Lavra la situazione è simile: da un lato ‘si tratta dell’esplosione di un missile di difesa aerea ucraino’ e allo stesso tempo ‘i nazisti ucraini hanno appiccato il fuoco in anticipo loro stessi alla cattedrale e hanno mandati lì i propri giornalisti prima dell’attacco’.
A mio avviso, non ci sono stati misteri durante quell’attacco. I russi hanno colpito in modo mirato la superficie della Lavra con minimo due droni, anche se in realtà potevano essere di più considerando che parte di loro potrebbe essere stata abbattuta molto prima, persino fuori Kyiv. Tutte le dichiarazioni sui missili di difesa aerea e le altre teorie cospirazioniste non hanno letteralmente alcuna prova a sostegno, nemmeno superficiale o indiretta”.