Prigionieri di guerra ucraini torturati a morte nelle carceri russe

Altri due prigionieri di guerra ucraini non sono sopravvissuti fino al momento di incontrare le proprie famiglie e ritornare a casa: Bohdan Usenko e Andrij Zdorenko sono morti dopo diversi anni di torture e maltrattamenti nelle prigioni russe. Mentre la Federazione Russa ha rivelato solo per caso la morte di Andrij Zdorenko senza fornire ulteriori informazioni, le condizioni in cui il corpo di Bohdan Usenko è stato restituito all’Ucraina (senza conferma che si trovasse in prigionia) testimoniano il fatto che la Russia abbia cercato di nascondere le torture che, probabilmente, hanno causato la sua morte.
Entrambi sono stati fatti prigionieri durante la difesa di Mariupol’; Bohdan Usenko, tuttavia, avrebbe potuto subire maltrattamenti gravi per un altro motivo ancora. Usenko, militare di professione nella marina, aveva prestato servizio a Feodosia all’inizio dell’invasione russa della Crimea. Usenko è rimasto fedele all’Ucraina e dal 2014 al 2016 ha difeso il suo paese nel Donbas durante l’operazione antiterroristica. Successivamente ha concluso l’Accademia nazionale militare di Leopoli intitolata all’atamano Petr Sahajdačnyj. Il 6 dicembre 2021, mentre sua moglie Maryna era a casa a Mykolajiv con le due figlie di cui una ancora piccola, Bohdan è stato trasferito a Manhuš, nelle vicinanze di Mariupol’. Maryna racconta che suo marito è stato tra i primi difensori ad aver affrontato l’assalto delle truppe russe.
Usenko è stato fatto prigioniero il 12 aprile 2022 dopo un tentativo fallito di rompere l’assedio russo presso la fabbrica metallurgica Illič. È morto in prigionia nell’aprile del 2025, ma Maryna ha saputo della sua morte solo molti mesi dopo.
Durante questi tre anni Maryna ha lottato senza sosta per la liberazione del marito e degli altri prigionieri di guerra. Dal Centro di coordinamento ucraino e da altri prigionieri rilasciati durante gli scambi era venuta a sapere che Bohdan veniva traferito continuamente da un centro di detenzione preventiva all’altro e che veniva sempre tenuto in cella. Non è stato tuttavia compiuto alcun tentativo di fabbricare “accuse penali” contro di lui, come la Russia invece aveva fatto nei confronti di molti difensori di Mariupol’.
Maryna ha vissuto questi tre anni nella speranza che il marito venisse liberato durante gli scambi di prigionieri. Il 18 settembre 2025, come afferma, è stato il giorno più brutto della sua vita. Proprio quel giorno l’ha chiamata un investigatore ucraino che le ha comunicato che ad agosto avevano ricevuto un cadavere sul cui cartellino erano scritti nome e cognome di suo marito. Un test del DNA ha confermato il legame di parentela con il padre di Bohdan.
Maryna non riesce ancora a trovare le parole per esprimere l’orrore provato quando si è recata ad effettuare il “riconoscimento” del corpo. Dice che non si trattava di un corpo, ma di resti di uno scheletro. Perdipiù, i resti non erano completi: la gabbia toracica era lacerata, le costole sporgevano all’esterno, mancavano alcuni denti, la mandibola pendeva. Gli investigatori le hanno detto di non aver mai ricevuto un corpo dalla prigionia russa in condizioni peggiori di quello.
La Russia ha mentito anche sulla data di morte ufficiale, affermando che fosse avvenuta il 17 aprile 2025; il Centro di coordinamento è però in possesso di testimonianze che confermano che il 18 aprile Bohdan era ancora vivo. Gli occupanti sostengono che sia morto di tubercolosi, ma i prigionieri di guerra rilasciati hanno confermato che non soffriva di tale malattia.
In un’intervista al giornale “Novosti Donbasa” Maryna ha dichiarato di voler presentare una denuncia al Tribunale [penale] internazionale per il modo in cui è stato trattato il marito. Non si può rimanere in silenzio su tali crimini, sottolinea.
“La società deve saperlo e il mondo deve vederlo. I nostri muoiono in prigionia. Prima si parlava di casi isolati, ora sono centinaia. Se ne parla molto, ma non tutti capiscono. Oppure, semplicemente, non vogliono sapere la verità”.
Suo marito sognava la liberazione, ma d’un tratto, racconta lei, non essendo riusciti a sconfiggerlo in battaglia, lo hanno semplicemente ucciso.
Sono minimo 200 i prigionieri di guerra uccisi in prigionia russa. Tra di loro ci sono i più di 50 difensori ucraini che, quasi sicuramente, sono stati uccisi intenzionalmente durante la terribile esplosione del 29 luglio 2024 nel campo prigionieri a Olenivka, nel territorio occupato della regione di Donec’k. Tra le vittime note c’è Oleksandr Iščenko che al momento della morte, il 22 luglio 2024, aveva 55 anni. È deceduta a causa di “un trauma toracico chiuso causato dal contatto con un oggetto contundente”, nonché fratture multiple delle costole e shock subito durante la detenzione in una prigione russa.
I russi hanno inoltre affermato che il cinquantanovenne Serhij Hryhor’jev, prigioniero di guerra, sarebbe morto per un ictus; tuttavia, un testimone che era stato in prigionia con lui, così come i risultati dell’autopsia danno motivo di credere che sia stato di fatto torturato a morte. Persino quei prigionieri di guerra ucraini che sono riusciti a tornare a casa, tornano talmente esauriti e indeboliti da anni di torture, violenza e “torture mediche” (totale assenza anche delle cure più elementari), che non tutti sopravvivono.
Oleksandr Savov, militare di marina, cha difeso l’acciaieria Azovstal’ di Mariupol’, è stato liberato nel marzo del 2025 e ha fornito prove chiave contro il “Dottor Male”, Il’ja Sorokin, operatore sanitario russo accusato di torture brutali ai danni dei prigionieri di guerra ucraini nel penitenziario n. 10 in Mordovia. Oleksandr è morto nove mesi dopo il ritorno dalla prigionia, quasi certamente a causa delle malattie contratte nelle carceri russe e delle torture sistematiche. Aveva 46 anni.

Nel caso di Andrij Zdorenko (nato il 16/12/1985) è noto soltanto che il 3 settembre 2025 la Russia ha archiviato le accuse infondate mosse contro il difensore di Mariupol’, in carcere da aprile 2022. Ciò significa che Andrij è morto in un momento precedente a tale data.
Zdorenko aveva 39 anni e prestava servizio come autista nella 56° brigata motorizzata separata “Zaporiz‘ska Sič”. In un video pubblicato da una canale Telegram filorusso Zdorenko dice di trovarsi in carcere dal 21 maggio 2022. Seppure sia possibile che avesse da sempre una forte balbuzie, guardando il video è difficile non sospettare che anche lui sia stato vittima di torture. Ciò è quasi certamente vero se si considera che in pratica tutti i “processi” finti mossi dalla Russia e le terribili condanne contro i difensori di Mariupol’ si basano esclusivamente su “confessioni” video dove però si ha la chiara impressione che i prigionieri di guerra dicano ciò che sono stati costretti a dire, spesso un testo imparato a memoria.
Zdorenko e altri prigionieri di guerra con cui era sotto “processo” sono stati inseriti nella lista delle altre vittime di persecuzioni politiche del progetto “Memorial. Podderžka politzaključennych” (Memorial. Sostegno ai prigionieri politici). Si tratta di casi di cui si sa troppo poco per poter affermare con certezza che si tratta di un prigioniero politico, ma dove i motivi politici sembrano evidenti.
Gli investigatori internazionali sono giunti alla conclusione che il 90% o più dei prigionieri di guerra ucraini subiscono torture durante la prigionia russa.